sabato 21 maggio 2016

A proposito di alcune contraddizioni giovanili

Tutta la forza della comunicazione, fosse quella di un film, sta proprio nella rottura di quelle che sono le condizioni di base.
Ad esempio, un soggetto cresciuto in periferia adotta un determinato comportamento, che corrisponde a quei parametri secondo cui si è formato. Se rapiscono una persona, questi dovrebbe comportarsi come gli altri, perché è frutto dell’ambiente, invece viene fuori il gesto di eleganza per il quale egli libera questa persona. Questo gesto, che noi definiremmo nobiltà d’animo, non è frutto dell’ambiente e ci testimonia che il comportamento di un soggetto non dipende solo dal contesto in cui vive.

Rousseau aveva capito che sono proprio le relazioni sociali a mettere su certe tipologie.
Se per esempio una ragazza si trovasse su un’isola deserta e vedesse un solo ragazzo, non lo considererebbe né bello, né brutto, sarebbe quello e basta perché non avrebbe a disposizione altri elementi con cui confrontarlo.
Sono proprio i valori sociali, oggi i valori mondiali, gli “idoli” a cui  fare da riferimento.
Guarda caso però, quelli che più paragonano, che sono vittime della società, sono quelli che dicono di non fare paragoni.
 Quando le persone non sono arrivate a una maturità, siccome sono frutto dell’ambiente, recitano due tipologie  e non si accorgono che vanno in contraddizione.

Claudia pone una domanda:
Ma allora sarebbe meglio se non ci fosse una diversificazione e se esistesse un unico concetto di giusto e di sbagliato?
Se fossimo tutti uguali, non avendo diversificazioni, come potremmo per esempio innamorarci o  stare insieme ad uno anziché a un altro se non c’è alcuna differenza? Dovremmo dire di stare insieme solo perché sentiamo di farlo, ma non potremmo innamorarci sicuramente, perché non ci sono gli elementi da provocare un tale stato ovvero non si presenterebbero gli argomenti per la scelta. Infatti se tutti fossero uguali sia anche nel comportamento, ci sarebbe l’uguaglianza totale e a questo punto perché scegliere una persona piuttosto che un’altra, tenuto conto che non dovrebbero emergere nemmeno i riferimenti fisici?
Non si può quindi non rispondere alla domanda se non con un’altra domanda.
Possiamo augurarci dunque di avere tutti la giustizia, ma di fronte alla sensibilità non possiamo dire lo stesso.  Per questa infatti dobbiamo solo auspicare di avvertire l'altro soggetto, ma in che termini possiamo inserirlo nella sua interezza? Ovvero ancora potremmo innamorarci di tutti? 
E ancora perché, per esempio, una persona considerata brutta se è meno sensibile dovrebbe soffrire di meno? O ancora al contrario una persona tenuta per bella e non sensibile apporterebbe "danni"? Perciò dovremmo solamente augurarci che bellezza e sensibilità coesistano nella stessa persona, ma ciò non si verifica sempre.Dobbiamo augurarci allora che gli elementi che non riusciamo a fare scomparire perché la società di massa costantemente impone siano quanto meno smussati, ma soprattutto recepiti in una sensibilità nella quale gli altri possano risultare inseriti.

 Lasciamo spazio ad una riflessione/discussione filosofica in merito:

                        Prof.: Sarebbe meglio vivere in una società di sensibili o di insensibili?
Silvia: Sicuramente di insensibili…
Prof.: ... però anche tu dovresti essere insensibile. Ma allora su cosa fonderesti il tuo piacere, il tuo essere? Nell’appagamento forse?
Silvia: E se uno fosse sensibile e insensibile a livello parziale?
Prof.: La situazione si complica, anziché semplificarsi, perché la parte sensibile e quella insensibile si dovrebbero poi incontrare o più spesso finirebbero per scontrarsi,  producendo problematiche di vario tipo.
Partiamo da un esempio famoso: si racconta che una modella abbia incontrato Einstein proponendogli di avere un bambino con lui, in modo tale da dare alla luce un figlio bello come lei e intelligente come lui. A questa proposta Einstein rispose che nel peggiore dei due casi, il nascituro sarebbe potuto essere anche bello come lui e intelligente come lei.

L’ideale dunque in una società varia o costituita da alquanti opportunisti o individualisti sarebbe di essere insensibili quando dobbiamo rispondere agli attacchi degli insensibili. Tanto rappresenterebbe una difesa, perché il soggetto conoscendo l’insensibile, possa opporre uno scudo.Meglio sarebbe però che si sforzasse  di farlo diventare sensibile, proiettandolo quindi in una società da costruire insieme e che possa reggere per dirla in termini classici evitare i marosi e ancora gli sbalzi della fortuna.

Anna  Chiara Benedetto, II C.
da una lezione del prof. Addona 

sabato 13 febbraio 2016

COME SI PENSA?
In Francia il filosofo è detto “maître à penser ”, che in lingua italiana generalmente tradotto come “maestro di pensiero”. Più bello, ma soprattutto più funzionale potrebbe risultare “Maestro a pensare”
Pensare, infatti, non smbra risultare affatto semplice. Quante persone infatti si trovano piùttosto, in assenza di elementi individuativi, piuttosto a “rimurginare” elemeti che non riescono a trovare una via di uscita e meno che mai magari un risoluzione.
Per poterlo fare nel modo migliore bisogna, quindi, innanzitutto chiedersi:”Quali sono gli elementi base del pensiero richiamato?”
Si tratta dunque:
1) Sforzarsi il più possibile per Identificare gli elementi,
2) aggiungere ad essi altri e  in primo luogo tentare di far emergere gli aspetti così che la situazione possa presentarsi nella maggiore effettività possibile. Recuperare le eventuali negazioni. Cambiare il punto di vista fino ad assumere quello degli altri.
3) Far scorrere quindi i vari elementi fermandosi ad intuirli laddove possibile. Lavorare sul tutto e di volta in volta valutare i vari elementi particolari alla luce della visione generale e delle altre particolari che di volta in volta emergono.
Altro aggiungetyelo voi e che vi sia profiquo il lavoro finalizzato a risolvere i vostri problemi o quelli di chi vi sta vicino!
Iadarola Laura IIC

Da una lezione del Prof.Addona

venerdì 15 gennaio 2016

SAPER IMPARARE... tra tradizioni, politica e cultura aperta

La grandezza di un popolo non dipende mai solo e soltanto dalle sue capacità in battaglia. Esistono dei criteri ideali che modellano non solo le abilità militari, ma anche i caratteri politici di chi governa e le idee condivise dai cittadini stessi. Un popolo si esprime una maggiore funzionalità rispetto ad un altro quando riesce a cogliere il meglio anche dal suo nemico, una volta sconfitto. Rimanere sordi e farsi scudo con un proprio orgoglio patriottico comporta un fallimento a prescindere.

Il più grande esempio di civiltà intelligente è incarnato sicuramente dai romani. Già il grande Sallustio lodava le qualità d’integrazione del suo popolo, citando il successo con cui gli antichi avevano assimilato il catalogo di armi sannitico, nettamente superiore a quello romano dell’epoca, o i costumi cerimoniali degli Etruschi, certamente più suggestivi e coinvolgenti. Era proprio questo atteggiamento di completa disponibilità ed attenta analisi oggettiva delle condizioni proprie ed altrui a favorire la crescita del popolo tutto.

E così, centinaia di anni dopo, ci sono anche i giapponesi a cogliere con perspicacia le giuste sostituzioni da fare nel proprio sistema politico e militare. Pure essendo stati amanti delle tradizioni e custodi ligi della propria storia e dei propri costumi, non esitarono a sostituire le proprie armi, decisamente più lente e meno funzionali, con quelle del nemico. Addirittura hanno sacrificato l'antica arte dei samurai che per tanti secoli avevano coltivato con capacità tali che ancora oggi è possibile ammirare in tanti film (esagerazioni sottraendo!). La polvere da sparo entrò così a far presto parte delle loro strategie militari. Avevano capito infatti che il grande guerriero non poteva reggere all'umile stalliere al quale fosse stato insegnato a premere il grilletto e a dirigere il colpo. Sostituirono alle loro potenzialità superate il modello napoleonico allora dominante. Ancora oggi ne è testimonianza l'utilizzo delle figure hollywoodiane nei videogame con la consapevolezza che risultano più affascinanti.

Per fare un esempio più concreto, mai avrebbe senso decidere di piallare una tavola di legno a mano, come qualche professionista grezzo vorrebbe da un falegname per ottenere un "antico" senza servirsi dello strumento adatto. Sapeva costui che i grandi artisti del rinascimento facevano sbozzare o abbozzare un'opera dagli aiutanti per poi intervenire quando ci si avvicinava all'obbiettivo? Sarebbe quello un gesto frutto di ostinazione ignorante! Bisogna quindi saper bilanciare le proprie azioni, analizzare le condizioni in cui ci si muove e agire di conseguenza. Non ci si deve mai intestardire e perseguire una sola strada, ignorando i cambiamenti che avvengono attorno a noi e sembra proprio questa quella che si configura come cultura aperta ovvero sia come l'unica cultura da inseguire. Anche Leopardi colse questo senso di moderazione, specificando che, nello studio, non bisogna mai esagerare ed isolarsi del tutto, bisogna esser stimolati ed aperti continuamente a nuovi interessi, ma anche disporre del tempo necessario per assimilare i contenuti immagazzinati. Un riposo sano e costruttivo. Un verificare le proprie e le altrui espressioni che emergono dal confronto e dalla riflessione. A cosa servirebbero a caso contrario i "viaggi d'istruzione"? 

Il senso dell’adattamento rientra anche in un discorso linguistico ed educativo. Imparare una lingua, ad esempio l’inglese in un liceo che si prefigge un compito culturale generale e non specifico, nei suoi più fini dettagli, assimilando dialetto, cadenze ed abbreviazioni che sono proprie di una cerchia ristretta di persone e di un territorio geografico molto limitato, non può sembrare sciocco? È inutile perdere ore ed ore sui dettagli infimi ed inutili. Imparare l’inglese ha la principale funzione di aprire le comunicazioni globali per queste persone, non quelle tra quartiere e quartiere.

  

domenica 25 ottobre 2015

LO SAPEVI CHE...

Il problema di fondo della filosofia è che partendo da un solo principio è difficile andare avanti a spiegare ciò che ne deriva, mentre partendo da più principi è più semplice proseguire, ma più complesso tornare indietro all'origine di tutto il discorso

Elisabetta De Vivo IIC

martedì 6 ottobre 2015

Epicuro: Il timore della morte è immotivato

Secondo il prof. Addona è probabile che Epicuro, constatando quelle che sono le caratteristiche dell’essere animato, che si muove, percepisce e avverte, recepisce quelle dell’essere inanimato, che però è corpo. Se corpo è sia l’uno che l’altro, la differenza la fa l’anima. A questo punto deve riammettere un qualcosa, un quid, ovvero una X per la quale possa darsi una spiegazione. Di cosa? Di sentire, muoversi, percepire, funzioni proprie di un “animato”. Si tratta dunque di inserire una “anima”. Può essere l’anima di diversa composizione, che non sia quella di un aggregato di corpi che ha messo come base? No, dovrebbe cambiare la sua filosofia di fondo che ammette solo corpi e vuoto, nel quale si possono muovere. Con coerenza, quindi, pensa ed ammette un’anima formata di corpi, ma più piccoli, più sottili. Da qui, la definizione dell’anima come corpo sottile sparso per tutto l’organismo. Vi è la necessità di prendere qualcosa che sembra sfuggire al corpo. Vediamo come Epicuro si sforzi di cercare il diverso al quale affidare la spiegazione, giustamente se tutto è uguale come si fa a trovare la motivazione? Ma se qualcosa è interamente diverso non è un principio perché presenta due elementi, se gli elementi sono due non può essere un principio.


-        Da una lezione del Prof. Addona. Appunti riportati da Alessio Cece, II C.

lunedì 14 settembre 2015

COME STUDIARE..



Studiare

nè più di quanto una logica possa correlare

nè meno di quello che una riflessione arrivi a sostenere. 

Anche affermazioni che possono risultare affascinanti e portare a risultati molto consistenti, non devono restare escluse da una riflessione solo dalla quale è possibile recuperare criticamente qualcosa al di là delle oggettivazioni che rappresentano la morte della cultura.

Giuseppe Addona

Commento:
Sarebbe inutile studiare cercando di spingersi oltre ciò che possiamo recepire tramite le condizioni di base. Tentiamo di analizzare le singole parti affinché possa risultare ridotto il numero degli errori che puntualmente non è possibile allontanare dalle varie indagini, anche più approfondite come Popper ha fatto emergere.
Vogliamo soffermarci a valutare cosa significa 'correlare'?
Significa non solo unire, ma aggiungere qualcosa alla base che possa portarci ad una conoscenza valida.
Come ci insegna il grande Kant: la sola esperienza, anche aggiunta ad altre esperienze, non porta alla scienza.
In questo contesto sembrerebbe da ricercare la parte che ci rappresenta unitamente a ciò che si aggiunge discernendo il tutto da quello che riesce ad esprimersi ancora come soggetto (Conoscenza e Ragione, G.Addona).
Forse proprio tanto può rappresentare il senso di quel sostenere che pure non risulta immobile, ma si proietta in un percorso culturale che è quello che interessa ciascuno studente al quale auguriamo un proficuo studio e un buon inizio di anno scolastico.
 Antonio Coppola, Benedetta Russo IIIF









giovedì 30 aprile 2015

Kant in breve, anche se in breve non lo si può licenziare

Tenuto conto che i risultati rappresentano forse la morte della filosofia che è ricerca viva dei passaggi anche incompleti, proponiamo una sintesi dell'analitica trascendentale di Kant al solo fine di tranquillizzare probabilmente gli studenti che già si sono impegnati nel tentativo di enuclearne le tematiche e le problematiche portanti.
Kant è sicuramente ricordato quale uno dei filosofi illuministi più importanti, il professore, infatti, quando lo aveva proposto, aveva fatto respirare quest'aria, altri invece li ricordano come colui che quando usciva per la passeggiata, la gente regolava l'orologio. Qualche altro ricorda pure un trascendentale a lui riconducibile, che però non ha capito bene cosa volesse significare questa parola. Strano! Chi non ha sentito dire anche da persone non addentro alla disciplina: "Questo non è niente di trascendentale!" Oramai dovrebbero conoscerlo tutti? Dopo questo discorso "semiserio" vediamo di tracciare in breve il primo percorso critico di questo filosofo. Formatasi già in maniera impeccabile, la madre era pietista, affronta studi di teologia, fisica, matematica, metafisica e altro. Sembra che alla fine non abbia più toccato libri di filosofia ma fatto diventare filosofico tutto ciò che incontrava. E' il caso di osservare come gli studi di filosofia non possano essere scissi da quelli di altre discipline condotti tuttavia con criteri logici e criticamente ricondotti. Dopo la "metafisica" respirata nel suo ambiente universitario, incontra la filosofia di Hume che lo sveglia dal "sonno dogmatico". Si trova così ad un bivio, senza però che nessuna delle due strade possa condurlo a quella conoscenza scientifica che rincorreva e che prende a modello dalla matematica. Si chiede così perché la matematica è scienza. E' suo l'esempio oramai diventato famoso del 7 + 5 = 12. Lui è convinto che il 12 derivi come una conoscenza aggiuntiva dal 7 e dal 5 che si aggiunge, ritenuti a priori. Qualcuno potrebbe obiettare che anche il 12 si presenti immediatamente noto, basta pensare però ad un numero più grande per rendersi conto che bisogna procedere con  la somma per averlo. Esempio pratico: 3727,3 + 5824,5. Si percepisce immediatamente che senza procedere alla somma il risultato non appare. (Chi non volesse distrarsi può tralasciare questo breve inciso critico che porterebbe comunque ad un discorso molto più complesso che accenniamo soltanto. Lo stesso 7 e 5 sarebbero da valutare se a priori o meno o come pervenuti ad espressione. Per un approfondimento a riguardo vedasi: Giuseppe Addona: "Conoscenza e ragione" in corso di pubblicazione Edimedia. Passa a valutare poi i giudizi analitici, quale quello emblematico: il triangolo ha tre angoli. In questo non è espresso altro che quello che già è contenuto nel concetto, infatti la figura è un tri-angolo. La necessità che emerge è evidente, ma non si procede nella conoscenza; infatti non è contenuto alcunché di ulteriore. Non sono questi i giudizi sui quali farà leva la scienza. I giudizi sintetici invece aggiungono qualcosa, quindi portano avanti la conoscenza, ma non risultano necessari. La maglia di Antonio risulta grigia solo dopo che l'ho vista, ma potrebbe essere stata anche di un colore diverso. Nemmeno questi giudizi dunque possono portare alla scienza perché privi di necessità. Ecco allora che arriva a ritenere che per procedere in termini scientifici bisogna far leva su giudizi che presentano le caratteristiche di entrambi i precedenti, ovvero devono risultare sia sintetici che a priori e che appunto denomina sintetici a priori.
Passa ad affrontare il discorso sulla realtà esterna, ovvero sull'oggetto. Anch'egli è convinto che non sia conoscibile. A questo punto tenta la famosa "rivoluzione copernicana". (Solo per chi volesse approfondire, gli altri possono andare direttamente a quanto affrontato dopo la parentesi, è il caso di far presente come Copernico sia potuto pervenire a una siffatta considerazione. Vi siete mai chiesti infatti come gli antichi potevano pervenire ad ipotesi relative ai movimenti astrali? Loro non stavano fuori dal sistema. Basta pensare a quando noi eravamo bambini e vedevamo il sole prima da una parte e poi dall'altra al punto che pensavamo che il sole si muovesse. Perché arriviamo a pensare poi che non sia il sole a muoversi? Perché vedendo altri elementi che chiamiamo stelle e che similmente vediamo muoversi, non riusciamo a comprendere la loro posizione. A un certo punto tracciamo anche per loro un ipotetico percorso. I due percorsi, ai quali si potrebbe aggiungere un terzo, non riescono però ad essere spiegati mantenendo fermo il punto di osservazione. A quel punto provo a ribaltare i termini e a pensare ad uno spostamento di questo punto, ovvero ad ammettere che la terra ruoti. Prendendo come riferimento altro, cerco di individuare i punti di osservazione, il congiungimento dei quali mi fornisce quello che traccio come percorso.) Anche Kant quindi ribalta i termini e arriva a trovare quelle che chiama "forme a priori": spazio e tempo. Io non potrò mai conoscere quindi quello che è l'oggetto in sé ma solo quello che si presenta, che appare, che si manifesta. Il tempo, similmente a priori, recepisce quello che viene a collocarsi dunque in un prima e in un poi.
Antonio Coppola