Vi siete mai chiesti dove possano portare le bugie? Facciamo una prova partendo da quello che può essere considerato il caso più emblematico che interessa soprattutto gli adolescenti. Se qualcuno pur di mettersi insieme alla persona che lo attrae si proponesse sciorinando caratteristiche che non gli appartengono, falsificando dunque la sua personalità, potrebbe magari con un tale o con altri artifici raggiungere il suo scopo. La ragazza, quindi, si troverebbe ad aver investito su qualcuno che non corrisponde a colui che si è manifestato. Potrebbe tuttavia costui che vede esauditi i propri desideri ritenersi persona identificata, ovvero soggetto? Non appena tentasse un riconoscimento, si vedrebbe sdoppiato. Qualora allarghi la considerazione, non potrebbe non riconoscere l'impossibilità di un'espressione nella società. Su cosa infatti potrebbe questa risultare fondata? Per quanto attiene al rapporto instaurato, non potrebbe non tener conto altresì che le attenzioni non risultano rivolte a lui, ma al personaggio che si è impegnato a tratteggiare. La relazione, tra l'altro, si infrangerebbe non appena i termini nascosti vengono alla luce. Emblematiche sono le frasi "tu non sei quello che avevo conosciuto" ed altre similari. Avendo annullato sè stesso, non resterebbe a quella maschera che tuffarsi in un altro rapporto, altrettanto falsificante e poi restare comunque sola ammesso che abbia il tempo per constatarlo. Avendo ingannato altri, ha ingannato il suo stesso essere.
L'argomento è affrontato da Giuseppe Addona in "Conoscenza tra attività e correlazioni" in corso di pubblicazione.
Antonio Coppola II F
Non è poi così difficile filosofare, riuscendo ad ottenere anche risultati inaspettati, ti sembra?
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giovedì 19 febbraio 2015
sabato 25 ottobre 2014
L'altra faccia della medaglia.
La storia ci insegna come una cosa assuma un valore
totalmente differente nel corso dei secoli; già un quadro antico, illustrante
una famiglia aristocratica, mostra un cambiamento sociale di non poco conto:
prima la moda era rappresentata dalle persone grasse e di pelle molto chiara perché
la gente comune non aveva cibo,
mischiava quel poco di lardo che aveva - se era fortunata - con erbe per
sopravvivere e lavorando sotto il sole cocente la carnagione era molto scura.
Oggi, al contrario, le persone vengono denigrate se possiedono qualche chilo di
troppo, mentre vengono adulate le modelle scarnite in passerella abbronzate
anche il 20 Dicembre, perché la gente comune lavora e non avendo tempo di
andare al mare ricorre alle lampade a raggi UV.
Vogliamo parlare di economia e politica?
Ricordate le corporazioni? Anticamente erano ‘enti’ che stabilivano
la qualità di un prodotto, le sue determinate fattezze, specifici parametri e
fissavano il prezzo per evitare la concorrenza.
Es. Da una bottega fiorentina doveva uscire un prodotto di
livello molto alto altrimenti anche la città risentiva di questa ‘brutta
figura’.
Potevamo definire quindi una corporazione positivissima
perché faceva in modo che tutti potessero lavorare.
Oggi invece corporazione è sinonimo di ‘blocco’; diventa
fattore di regresso perché non permette di orientarsi verso il futuro.
Una stessa cosa in un periodo è positiva e in un altro è
negativa.
E la nobiltà? La nobiltà oggi è considerata negativa.
Un tempo era molto positiva: al tempo dei romani i nobili erano
uomini di parola, quando si andava in guerra non scappavano di fronte al
pericolo! (L. Catilina, nobili genere natus).
Contestualizziamo: la psicologia contemporanea ha accertato che
lo scemo muore meno in guerra, chi ha paura ha maggiori possibilità di salvarsi
perché al minimo rumore scappa, mentre il temerario affronta il pericolo e
spesso ‘ci lascia le penne’.
[Leggi l'articolo http://filosofiainpratica.blogspot.it/2014/10/il-troppo-storpia.html]
Un tempo, dunque, la nobiltà era una garanzia,
successivamente divenne il sinonimo di ‘campare senza lavorare’ (nel 1600
questa concezione fu una delle cause della crisi spagnola!).
Michela Rillo II F
Il troppo storpia!
Quante volte vi è capitato di dirlo?
Ebbene si, Shakespeare
aveva intuito bene coniando la frase “Too much of a good thing”, ma le radici
di questo detto trovano spazio anche nel vasto campo della filosofia.
Aristotele, nel primo libro dell’Etica Nicomachea scrisse: “Ciò
che è sufficiente in se stesso è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita
possibile da scegliere e non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere
noi riteniamo sia la felicità: (…) un’attività dell’anima razionale secondo
virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo la più eccellente e perfetta”.
Nel secondo libro spiega che queste virtù consistono nella
“disposizione a scegliere il ‘giusto mezzo’ adeguato alla nostra natura, quale
è determinato dalla ragione, e quale potrebbe determinare il saggio”. Il giusto
mezzo è posto tra due estremi:
. Il coraggio, tra la viltà e la temerarietà;
. La temperanza, tra l’intemperanza e l’insensibilità;
. La liberalità, tra l’avarizia e la prodigalità;
. La magnanimità, tra la vanità e l’umiltà;
. La mansuetudine, tra l’irascibilità e l’indolenza;
La principale è però la giustizia in quanto permette, a chi
la possiede, di utilizzare la virtù anche verso gli altri e non soltanto per se stessi.
È più semplice studiare questi argomenti attualizzandoli
essendo parte di noi e della nostra cultura invece di imparare
meccanicisticamente e poi dimenticare.
Cultura è ciò che resta dopo aver dimenticato (Giuseppe
Addona).
Michela Rillo II F
venerdì 17 ottobre 2014
La canzone
Nella generazione del XXI secolo, della quale facciamo parte,
gli adolescenti passano la maggior parte del loro tempo su internet, a fare
cosa? Ascoltare musica. Tutti abbiamo una canzone che amiamo particolarmente
ascoltare e che abbiamo tra i preferiti nella playlist del nostro cellulare o
sui nostri MP3. Ma allora vi siete mai chiesti come mai sia stata scritta
quella canzone, come e cosa vorrà comunicarci?
Noi ragazzi della IC con il professore Giuseppe Addona, ci
siamo posti queste domande e abbiamo attentamente studiato una particolare
canzone molto bella che ha interessato tutta la classe “CI VORREBBE UN AMICO”.
Innanzi tutto abbiamo fatto Critica Formale e ci siamo posti questa domanda
“Cos'è la canzone?” Bene, è un testo. Ma, è un testo in prosa o in poesia? Qual
è la differenza tra le due? Semplice, mentre la prosa occupa tutto lo spazio
che ha a disposizione, il testo poetico torna indietro ad ogni verso (Quando?
Quando il poeta ritiene di aver prodotto quanto si era prefissato). Ma soprattutto,
cos'è un verso? Affidandoci ad un’etimologia è visto derivare dal termine
latino versus che propriamente vuol dire “Rivolto, tonare indietro” (andare
avanti e tornare indietro con l’ aratro rappresentava la “versura”). Da cosa è
composto un verso? Da parole… ma le parole, da cosa sono composte?... da
sillabe. Cosa sono le sillabe? Per poterci dare una risposta basta fare
l’etimologia dal greco, infatti la parola sillaba deriva dal sostantivo greco
“συλλαβη” (sullabè). Alle volte nella canzone si possono trovare anche delle
rime, ma dobbiamo chiederci: cos'è? La rima è la ripetizione di un suono nei
versi a partire dall'ultima vocale accentata. E a cosa servono le rime? Anche
questo è semplice, ad aiutare la memoria così come ritenuto dai romantici.
LO STILE (CRITICA DELLA FORMA)
Cos'è lo stile? Lo stile è la tipologia di linguaggio
utilizzato all’ interno di un qualsiasi tipo di testo al quale si aggiunge la
disposizione. Tornando alla canzone “Ci vorrebbe un amico” di Antonello
Venditti, lo stile è medio; quindi né troppo colto né troppo popolare. È
un linguaggio in uso tra studenti.
CRITICA DEL CONTENUTO
Di cosa si sta parlando in questa canzone? Quando una canzone
è bella? Una canzone è bella quando il sentimento si muove in modo consistente.
Su questo si fonda il giudizio dei romantici su quello focalizzato sull’armonia
e sulla proporzione(classico). La canzone sta parlando dell’amore, dello stare
insieme <<Stare insieme a te>> Parla di lui che sta insieme ad una
donna. Qui una persona si aspetterebbe se lo stare insieme sia stato bello,
brutto, appagante. Il cantautore invece lo paragona ad una partita << è
stata una partita>>, quindi sostituisce ciò che l’ascoltatore si aspetta
e crea il bello per un movimento. Se il poeta, invece, ti avesse dato il
risultato che ti aspetti, poi non ti scombussolerebbe e il sentimento non si
eleverebbe. Inoltre, invece di chiudere il verso parlando di se stesso, non
affronta l’io ma mette qualcosa di indefinito “Tutto il resto è vita” con
un’aspettativa con un’apertura che sembra far dimenticare il problema di base. Anche
qui, noi ci aspetteremmo il risultato della partita: è finita bene, male o in
pareggio? Ed ecco che lui ci dice che ha vinto la donna, ma invece di essere
triste sembra proporre semplicemente o con accettazione << Va bene hai
vinto tu>> invece di magari raccontare quella che è la sua situazione. E’
presente un’iperbole altresì tra lo “Stare insieme a te” e quella che, senza
che ce ne accorgessimo, si presenta come una “Storia” per poi diventare “amore”.
La poesia è infatti anche capacità di inserire argomenti senza dichiararli, al
contrario della scienza la quale si sforza di essere precisa per evitare
equivoci e per farsi quindi capire. Riflettendo sul fatto che quello che lo
investe è un “Amore” va in crisi, e per questo ci dice che ci vorrebbe un amico
per poter essere aiutato a dimenticare quella donna che viene definita “Il
male”. Dice anche che vorrebbe un amico sia nel dolore che nel rimpianto. In
seguito riprende un passo di Dante e lo modifica rendendolo a propria volta
poetico. Fatto questo che è difficilissimo perché significa recuperare un
messaggio così alto e poi fornirne altro che ancora comunichi grande
sensazione. Mentre Dante dice “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, Venditti
dice “E se amor che a nullo ho amato, amore, amore mio perdona”. Significa tanto
che non come Dante non è possibile non rispondere all’amore ma egli riesce a
perdonare anche lei che si mette fuori da tanto. (Questo confronto tra “Ci
vorrebbe un amico” e il passo di Dante “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” è stato
prodotto da Giuseppe Addona nel libro “Una scuola per una cultura possibile”
Bonanno Editore). La canzone, al contrario della poesia, ha dalla sua parte un
elemento molto importante: La musica. Anche questa contribuisce a dare enfasi
nonché fondata sul ritmo e sull’armonia nonché sulle note che puntualmente
sottolineano quando non, a propria volta, trasmettono il proprio messaggio.
Spesso queste, infatti possono dirci anche quello che non dicono le parole contribuiscono
però maggiormente al messaggio allora che riescono a fondersi in una sintesi.
Allora che passa dallo “stare insieme a te…” al vivere e ribadisce che è stata
una partita, non riprende la prima strofa bensì la cambia e dice che, essendosi
scontrati, il gioco è stato duro ed è finito. Nonostante però la partita sia
finita, lui si ritrova lo stesso davanti alla porta di casa della donna
facendoci vivere una scena che emoziona facendo dipendere da quel che ritiene
forse essere una notte magica a condurlo lì.
Questo abbiamo prodotto ma saremo
lieti di ricevere altri suggerimenti o chiavi di lettura.
Maio Sofia
IC
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