mercoledì 9 dicembre 2020

La matematica come convinzione.

Portare avanti un discorso riguardante la matematica significa, in primo luogo, muovere dalla individuazione di esso numero che quella, primamente, rappresenta e quindi passare alla definizione dei funtori che usa, a cominciare dal più e dal suo corrispettivo opposto il meno e quindi dalla moltiplicazione e dal suo inverso dalla divisione costituito, il tutto incentrato su una identità da ricostruire data da una uguaglianza.

Alcuni ritengono che il numero sia un ente reale razionale. Se con essa quantità si intendono elementi di un mondo allora esso numero non può essere ritenuto reale. Diverso i discorso non appena a risultare interessata sia già una astrazione. Allora, invece, che reputato razionale si troverebbe ad essere posto in essere da una ragione quale un suo elemento. Benché richiamante sia una esperienza che essa ragione appare da intendersi piuttosto quale un ente convenzionale adoperato dalla comunità per esprimere un concetto intersoggettivo rappresentativo di una quantità data, appunto, da un numero che giunge, altresì, a ripetersi in una serie, dopo magari essere stato rilevato in una associazione empirica dalla quale si è poi staccato per procedere autonomamente nella significazione fornita ad esso da quello che è arrivato a configurarsi quale un sistema. La matematica è diventata scienza, possiamo, ritenere, nel momento stesso che è stata prodotta la serie muovendo dall’uno che sommato a se stesso ogni volta ha ricevuto un nome così che è stato possibile pervenire a riscontri suffragati anche dall’operazione contraria.

Si perviene in esso ambito dunque alla certezza che ciò che è identificato con quello che è detto numero tre sia equivalente a quella determinata quantità non solo così come configurata ma quale ottenibile dalla regola stessa valida in esso sistema posto in essere. Non, dunque, un qualcosa di assoluto, ché di questo nulla può dirsi, ovvero non alcuna predicazione, la quale riposa, infatti, su altro, per essere prodotta, ma un riconoscimento intersoggettivo ovvero esso qualcosa, così come quantità, che voglia anche essere stimata razionale nonché reale, ritenuto valido da alquanti e quindi per tutti gli esseri razionali non appena pervenuti a recepire quell’impianto costituito risultante tale per una comunicazione.

Esso sistema comunque non può essere assunto quale traduttivo di una natura e meno che mai di un universo. Una tale costruzione, infatti, così come pensata non può pretendere di risultare corrispettiva di un qualcosa, il quale, così come esterno, non arriva a essere conosciuto negli stessi termini. Ricordo a proposito un famoso professore di matematica di una prestigiosa università che si scandalizzava del fatto che osservazioni o, più specificamente, esperimenti non fossero interamente collocabili in leggi matematiche. A scandalizzarmi ero io e al contrario allora che alle elementari non riuscivo a concepire che la lunghezza di un tavolo potesse corrispondere esattamente ad un numero. Forse solo una magia, benché giammai richiamata, avrebbe potuto fare in modo che tanto accadesse.

Compiendo un esperimento, la scienza moderna approda ad una formula matematica per pervenire ad una disposizione rintracciabile di essi termini appunto perché misurati nonché in una relazione. Con un tale apparato ci si accinge, altresì, a recepire un procedimento. Appare impossibile che la realtà possa essere letta interamente con gli strumenti dalla matematica approntati. La misurazione, infatti, non rappresenta altro che un sistema che si approccia ad un altro sistema nemmeno tuttavia pensabile già come tale.

Allora, altresì, che usiamo un sistema decimale non potremo che ottenere risultati da questo dipendenti, ad emergere cioè non saranno quantomeno i centesimi. Nel momento che ne approntiamo uno centesimale, lasceremo fuori quanto esso non può misurare e così via. Noi non avremo, dunque, mai dati certi ed inconfutabili, perché ci sarà sempre un margine di errore e di imprecisione rappresentato da quanto resta fuori, ammesso che siamo riusciti a far rientrare l’altro. Questo infatti si dispiega ancora quale un esterno e, come tale, non conoscibile che per quanto approntato.

Logica matematica e filosofia.

Se la logica si dispiega come riconduzione all’identità, ovvero se non rappresenta altro che un riferirsi a ciò che già è ovvero che è stato stabilito e che, in ultimo, è identico a se stesso e la matematica quale riconoscimento dei rapporti di quanto dai numeri espresso, alla filosofia tocca il compito di proiettarsi oltre lo stesso sistema ciascuna volta approntato. La logica, dunque, recepisce la modalità ovvero i passaggi che riconducono al discorso dal quale si muove. Per esempio allora che si afferma: se A è maggiore di B e B è maggiore di C allora A è maggiore di C, la conclusione rientra in quell’affermazione che esprime il tutto ovvero che A è maggiore sia di B e sia di C. Dire che A è uguale a se stessa significa ritenere, in uno, che il pensiero non ha altri elementi con i quali possa percepire il contrario ovvero una diversità. Se fosse diversamente colui che pensa non saprebbe più su quali elementi fare leva.

La logica, è il caso ancora di ripeterlo, si rivela quale una riconduzione a essa identità e la matematica come riconoscimento dei rapporti tra numeri per essi funtori e che ancora all’uguaglianza riconducono.

La matematica si incentra, infatti, sui numeri che per convenzione sono stati costituiti. Il numero 1 è inteso come un elemento non scisso e rappresentante appunto solo se stesso e che associato ad un altro elemento, pensato solo sotto l’aspetto della quantità, ovverosia facendosi astrazione da tutte le qualità, è detto essere 2 per convenzione e associato ancora ad un altro che a questo punto è da considerare come un ripetersi di quel primo se stesso è detto 3 e così via per tutta la serie numerica costruita e per quanto ancora possa spingersi oltre dopo avere posto in essere un tale sistema.

Allora che ci si trovi di fronte ad una operazione quale 5 = 3 + 2, quando si voglia sapere, su esse basi assunte su cui si dà per esso sistema che la somma di 1 + 1 dà il due e sommato ad un altro elemento dà il tre e sommato ancora ad un altro elemento il quattro a prescindere da cosa l’elemento rappresenti appare evidente che il 5 è riconosciuto per la somma di tante volte essa unità ancorché espressa da parti a propria volta costituite sulla stessa unità.

Se io voglio ottenere il 2 da un 5, bisogna togliere a questo un 3. Quindi se in quella operazione di prima si ha 5 = 3 + 2, è ovvio che per ottenere il 2 occorre staccare 3 dal 5.

L’operazione, quindi, sarà 2 = 5 – 3. Proprio per tanto passando dall’altra parte dell’uguale il segno si inverte. Tanto risponde ad una logica e non va imparato meccanicamente.

Se alla filosofia, come sopra già rilevato, tocca il compito di proiettarsi oltre lo stesso impianto, pure l’operazione matematica non può non essere comunicata nei termini per i quali è posta in essere, fatto questo che arriva ad interessare lo stesso sistema per il quale emergono, in uno, riscontri e validità. In caso diverso siffatti passaggi giungono ad essere affidati ad una comprensione personale o, per lo più, al caso quando non passivamente registrati.

La filosofia va oltre ogni apparato già approntato e cerca di scoprire quello che nel sistema non è presente. Se un sistema o conoscenze quali che siano risultano indispensabili così come basi per procedere oltre, fornendo gli elementi su cui lavorare, pure si tratta di proseguire per fondare quelle stesse. Si tratta di individuare, per poi magari superare, le stesse condizioni che hanno portato a rilevazioni e a ritenzioni.

Se per riferimenti arrivano a essere prodotte predicazioni bisogna volgersi a valutarli ed eventualmente a reimpostarli.

La ricerca filosofica appare rappresentata da quel procedere volto alla individuazione facendo leva quantomeno su diversi punti di osservazione. Gli elementi emersi arrivano, altresì, ad essere reimpostati e valutati nelle ulteriori relazioni nonché sfaccettature ed aperture senza, tuttavia che tanto, possa configurare quel percorso che essa filosofia perviene continuamente a tracciare. Al di là dello stesso pensiero che è giunto alla individuazione di un discorso scientifico si presenta ancora un pensiero ponto a recepire quanto anche solo arrivi ad affiorare.

Allora che un ragionamento sembri ineccepibile è perché si ritiene di non avere aggiunto altro così come estraneo o fuorviante a quanto derivante da esse premesse. Nel momento stesso che a essere eliminato sia qualcosa di diverso ovvero l’errore a presentarsi non è niente di nuovo ma quanto solo rappresentato ossia contenuto in essa identità di base. Il discorso per le scienze si chiude intorno a quel qualcosa al di là del quale altro non si riesce a scorgere. Matematica e logica fanno, in ultimo, leva sull’uguaglianza.

Le affermazioni, per tali scienze o soprattutto per quella che Aristotele riteneva uno strumento, non riguardano qualcosa di esterno. Anche o soprattutto allora che parliamo di logica matematica non ci riferiamo se non a quanto incentrato sull’identità e non su una realtà esterna. Un qualsiasi numero risulta tale per convenzione anche se appare piuttosto consueto ritenere che un a un reale individuato come 3, possa corrispondere qualcosa di ulteriore da cui esso altresì risulterebbe derivare.

Il primo elemento per la matematica sembrerebbe essere costituito dal numero, per la logica appare evidente da subito che sia l’uguale. Siccome la matematica non si presenta scissa dalla logica, dobbiamo ritenere che fondamentale anche per essa sia l’uguale. All’uguaglianza, riconducono sia il più, che significa che si aggiunge qualcosa, e sia il meno, che indica il percorso opposto, rappresentato da una sottrazione. I due processi si muovono sulla stessa linea. Alla medesima operazione sono a propria volta riconducibili moltiplicazione e divisione che includono quello che possiamo ritenere uno spazio racchiuso dai due assi ortogonali fino ai punti designati da quanto da un numero posto a corrispettivo.  

Anziché, dunque, procedere per addizionare 10 volte un 3, si perviene a ricavare lo stesso risultato moltiplicando il 3 × 10 che diventa 30 ovvero sommando esso 10 tre volte o esso 3 dieci volte. Dati i parametri di base o si addiziona un uno (1) 30 volte o si moltiplica un 10 per 3 il numero che deriva è lo stesso.

Non diverso il discorso sempre per il sistema costituito allora che al quadrato ottenuto con ascisse e ordinata nelle rispettive quantità espresse, tolta una delle due, resta quanto rappresentato dall’altra. Nello stesso discorso rientra anche la radice quadrata. L’operazione che a questa attiene risulta inversa a quella che interessa il quadrato.

La matematica non solo opera su quanto costituito ma si spinge nel tentativo di risolvere problematiche derivanti proprio da quanto approntato e che, però, non fornisce risultati coerenti con l’applicazione dei termini usati per incrocio e parte comunque di esso sistema. Al di là di tanto si proietta per inseguire quanto altresì pure al momento non sembra chiedere una soluzione perché non parte del problema.

La stessa immissione di una potenza non sembrerebbe rispondere ad altro che a una riduzione dei passaggi fino a rispondere ad una teoreticità per la quale rientrare i vari casi particolari. Facendo uso di esse appare possibile così esprimere formule dispiegate in quella che potremmo ritenere una forma ancorché espressa su termini effettivi e in essa relazione.  

Da considerare è altresì che andando avanti con gli assunti si può solo pervenire ad un determinato punto. Per andare oltre bisogna, talvolta o spesso, rompere con gli schemi di base ancorché rappresentanti una condizione di quello che arriva a configurarsi come un superamento. Si tratta dunque, ogni volta, di spingersi oltre le stesse conoscenze alle quali si è approdati.  Se a risultare evidenti sono i vantaggi rappresentati dalle traduzioni numeriche pure queste non possono essere considerate universalmente valide. Se risulta possibile comunicare la grandezza di qualcosa, utilizzando il numero uguale per tutti coloro che hanno accettato un tale sistema di misurazione anche a distanza senza bisogno di portare con sé un corrispettivo non ulteriormente individuabile pure non altrettanto appare possibile reputare di avere trovato una chiave di lettura per ogni elemento. Con essa matematica, incentrata su parametri intersoggettivi, risulta possibile veicolare una conoscenza ancorché non in modo assoluto ma comunque tale da fornire un riscontro che risulta piuttosto evidente allora che si voglia confezionare una torta fornendo le quantità o più specificamente i termini a cominciare dal peso dei componenti per finire ad una temperatura da far raggiungere ad un forno e da un tempo di permanenza in quello. Basta pensare alle difficoltà in assenza di tali parametri così come definiti.

La filosofia, che pure non può che muovere da essa identità, arriva a pensare percorsi diversi oltre che la stessa negazione di questi. Essa, quindi, non si affida solo a quello che si presenta, ma si proietta oltre non appena minimamente richiamato. Essa riflette su quanto arriva a dispiegarsi nel tentativo di ricavare qualcosa di ulteriore, fatto questo che accade, anche se non in modo così eclatante, alle altre scienze nel momento stesso che si dispongono, alla luce di quanto intravisto e soprattutto conquistato, per negare quantomeno parte degli stessi risultati precedenti.

La scienza, quindi, sa che deve spingersi oltre non appena comprende che quel determinato qualcosa non può essere risolvibile con i sistemi in uso. Al di là dei risultati raggiunti, gli scienziati si preoccupano di produrre ulteriori soluzioni che possano risultare ancora più funzionali ovvero tali da contemplare fino a risolvere un numero crescente di casi nonché in ambiti ulteriori.

A restare di fronte alle stesse varie conquiste alle quali, di volta in volta, si perviene è ancora un pensiero pronto per affrontare sentieri non ancora abbozzati ancorché per assenza di termini non si dispieghi per elaborare.

Da un lato, dunque, il discorso arriva ad essere mantenuto così come conquista scientifica e dall’altro, infranto almeno per quella parte che risulta superata alla luce di nuovi elementi.

giovedì 5 novembre 2020

Smart working- lavoro da considerarsi intelligente?

Ad un pubblico non attento potrebbe sfuggire il valore di tale espressione. Ma qual è il suo significato effettivo per i ragazzi e non solo?

Se quello tramite internet è ritenuto intelligente, il lavoro non prodotto tramite un tale strumento deve essere considerato non intelligente; il contrario infatti. Ciò che è considerato intelligente, dunque, non può essere non intelligente. Il contrario di A è infatti (N, o ancora in simboli, ¬) non A; ¬ A.

Alla luce di tali evidenze logiche, dovremmo considerare non intelligente il lavoro svolto in genere. Fatto questo, che sfugge ad un gran numero di persone che recepisce i dati così come arrivano a essere forniti senza produrre correlazioni, ovvero senza portare avanti quelle riflessioni per le quali ad emergere possano quantomeno essere le altre facce delle medaglie proposte. Ad emergere è l’importanza delle considerazioni ovvero di quelle indagini dalle quali emergere valutazioni. Ricordo come se fosse ora una delle prime lezioni in un famoso liceo romano quando, a quegli alunni abituati a studiare in modo da non tralasciare alcunché dissi di lasciarsi lo spazio per riflettere sugli argomenti che li vedevano impegnati. Se. Parafrasando lascamente Kant, senza materiale la riflessione non ha elementi su cui procedere, senza questa quello risulterebbe un semplice “oggetto” meccanicamente recepito.  Ancora una volta emerge l’importanza della logica e della filosofia rappresentative di quell’indagine critica, baluardo almeno per il quale un messaggio occulto possa essere riconosciuto e fermato. Un sapere non può risultare avulso da una individuazione consapevole di quelli che, in caso contrario, si dispiegherebbero quali fatti assimilati quali oggettivi. Già per Aristotele esso sapere risulta tale allora che se ne conoscano le cause. Scire est per causas scire.

Tanto appare possibile rilevare anche o soprattutto allora che a risultare interessate siano interrogazioni. In un tale momento ci si pone in interazione per far emergere con un dialogo gli aspetti prodotti e quali che via via vanno a prendere corpo. Diverso ciò da un insieme di notizie raccontate magari senza essere interrotti così come pure qualcuno talvolta sembrerebbe chiede per sciorinare quanto memorizzato magari anche con sforzo.

L’importanza della filosofia da un passo di Empedocle.

Empedocle, nel suo celebre passo “Il Filosofo Venerato”, ci invita a riflettere su alcune tematiche importanti come quella della conoscenza e della cultura. Che mondo sarebbe senza? Sicuramente un mondo dove la violenza regnerebbe sovrana e dove le persone non sarebbero in grado di costruire un ambiente sociale in cui vivere pacificamente. Non conoscendo i termini, che pure intervengono nelle relazioni, le azioni si troverebbero a dipendere da essi senza possibilità di individuare i passaggi dai quali effetti.

Proprio su tanto perviene a basarsi la figura accreditata di Empedocle come sapiente dotato di qualità e prerogative che lo elevano al di sopra dei comuni mortali.

Una tale conoscenza arriva a essere ritenuta tanto alta che il mito giunge a trasfigurarla fino a considerarla attenere a divinità. Con la sua poesia filosofica quel filosofo pure si rivolge agli uomini mostrando la via che possa condurre persone già pacifiche ed ignare di malvagità e quelle ancora che coltivano opere eccellenti di governo ad approdare ad una situazione venerabile nella quale giungano a rientrare anche gli ospiti.

Queste eccellenti creature in cosa difetteranno? Semplice, non si preoccupano di trovare un principio. Al di là, dunque delle stesse attività meravigliose portate avanti bisogna volgersi a cercare quanto il tutto possa sostenere.

Empedocle, che tanto ha colto, arriva a sostenere di trovarsi ad un punto più alto degli uomini aggirandosi tra questi come un essere immortale perché interessato da una tale conoscenza. Ecco spiegato il motivo dell’apprezzamento da parte delle città: egli è portatore di conoscenza ovvero di quel pensiero per il quale a dispiegarsi è una dimensione diversa.

Il volgo che non conosce, per sopperire alla mancata conoscenza, fa affidamento ad un mondo sovrannaturale, costituito a volte da divinità ed altre da indovini reputati a questa collegati. Diverso, invece, il discorso per coloro che portano avanti una indagine filosofica. Costoro, dedicandosi criticamente ad indagare la realtà, non hanno bisogno di ciarlatani e fattucchieri.

venerdì 30 ottobre 2020

Logica, logica filosofica e filosofia.

Oggi il discorso si fa più complesso perché il professore Cocchiarella dell'Indiana University, a proposito della logica Medievale dei termini con la disputa tra realismo e nominalismo, al quale avevamo chiesto un contributo in quanto massimo esponente della logica contemporanea, ci ha invitato ad approfondire questi argomenti attraverso i suoi studi.

Il discorso iniziale verte sulla logica filosofica.

A questo punto, insieme al professore Addona, portiamo avanti le seguenti riflessioni così come quel famoso scienziato ci ha invitato a procedere.

Come già in precedenza ci chiediamo subito che cos'è logica.

Ipotizziamo di non saperlo. Sin dal ginnasio abbiamo compreso di dover ricorrere, per pervenire almeno a una prima e generica individuazione del termine, al vocabolario. Non ne disponiamo. Potremmo utilizzare internet...     

Ciascuno, in proprio si documenta sul significato di essa logica.

Proviamo a vedere però cosa viene fuori applicando il metodo che proponiamo di cui daremo delucidazioni ulteriori in seguito.

Anzitutto, se non ce lo chiedessimo cosa ne conseguirebbe?

Impareremmo meccanicamente qualcosa di cui però non siamo venuti a conoscenza!

Vogliamo chiederci con quanto materiale abbiamo appesantito il cervello finora? Meno male che dopo la scuola esso si libera resettando tutto! Allora a cosa è servita un tale tipo di scuola? Anche in questo caso una risposta a da cogliere in proprio.

Tornando al problema...

Non sapendo da dove cominciare, facciamo un esempio. (Anche questo fa parte del nostro metodo)

(A > B) e (B > C) → (A > C)

E' riconducibile tanto al famoso sillogismo:

"tutti gli uomini sono mortali,

Socrate è uomo

Socrate è mortale"

Tanto non è valido per un discorso superiore che Cocchiarella ha affrontato in uno studio "Validità della logica in filosofia" trasmesso al prof. Addona per i suoi alunni e che è presente in un libro dal titolo "Filosofia in un percorso", liberamente consultabile su internet.

Infatti se proviamo a dire:

"Gli apostoli sono dodici,

Pietro è un apostolo

Pietro è un dodici" ...si capisce che non funziona!

Quando si tratta di logica il significato è recuperato all'interno delle premesse oltre che dai passaggi posti in essere. Si tratta di cercare il significato degli enunciati e la loro valenza, fatto questo che equivale, in uno, a dire individuare l’ambito di validità e la portata dalla quale sono sostenute le stesse predicazioni.

Allora che ad intervenire è la 'filosofia' andiamo a cercare la valenza di essa indagine che caratterizza siffatta disciplina. Si tratta di cercare, ancora una volta, i fondamenti e quanto su questi imperniato.

Un tale problema Aristotele aveva già individuato, allora che considerava la costruzione delle premesse alle quale pure si accingeva.

Sistema aperto o chiuso?

Leggendo un passo del sofista Gorgia, “Le ragioni dell’innocenza di Elena”, ci siamo chiesti se costui si stia rivolgendo a un uditore medio, a un possibile discepolo, a entrambi o a nessuno dei due.

Sembrerebbe che la sua proposta debba interessare un possibile discepolo tenuto conto che colui che si esprime si preoccupa di fornire indicazioni. Eppure sembrerebbe non rivolgersi a tutti coloro ai quali pure è indirizzato il suo messaggi. Arriva a svelare la sua arte?

Il problema che si configura deriva dall’affermazione considerata all’interno o all’esterno di un sistema. Si tratta di cogliere cioè se il messaggio giunge a essere rivolto e nella sua interezza a tutti o resta esterno così che possa produrre i propri effetti persuasori. In tal caso a essere comunicato è un qualcosa dal quale resta fuori esso propositore.

Dobbiamo vedere, altresì, se colui che parla si riferisce a qualcuno, spiegandogli qualcosa che altri non devono sapere, oppure se parla direttamente, per una parte almeno, a colui cui è indirizzato l’insegnamento o a coloro ai quali vuole dimostrare le potenzialità di un discorso che egli arriva a gestire.

Se si rivolge a loro, spiega la sua arte e questi vengono a conoscenza di come lui organizza e intreccia le situazioni.   Sembrerebbe, quindi, andare in contraddizione, perché da una parte vuole convincere e dall’altra spiegare le mosse con le quali si accinge ad affondare il colpo come accade a coloro che mettono su trucchi per produrre l’effetto voluto, per scioccare gli uditori anche se, nel primo caso, finirebbe con lo spiegare loro il trucco.

 

giovedì 29 ottobre 2020

LA REMINISCENZA COME POSTULATO DELL’IMMORTALITA’ DELL’ ANIMA

Un sabato mattina nella mia classe, la I B del Liceo Classico con il nostro colendissimo (stimabilissima persona da coltivare) Prof. Giuseppe Addona mentre piegavamo la teoria delle idee di Platone e l’immortalità dell’anima ci siamo soffermati su un concetto a noi non noto: la REMINISCENZA POSTULA (l’immortalità dell’anima).

 

A questo punto dalla spiegazione del prof abbiamo appreso che per trarre il significato da una parola dobbiamo analizzare la parola stessa; in questo caso specifico, POSTULA deriva, come sembrerebbe, da POST = DOPO con la restante parte che potrebbe ben rappresentare ciò che si è dispiegato. Dobbiamo quindi chiederci, in ogni caso: “il dopo di che” che nel caso di Platone è costituito dalla vita terrena e relativo ritorno dopo il passaggio nell’altro mondo ovvero in quello non sensibile. REMINISCENZA, dopo il passaggio, dunque, così come un RICORDARE.

 

POSTULATO in termini filosofici indica un presupposto al quale ci si rifà per le conseguenze.

L’ immortalità deve essere così una conseguenza della reminiscenza. Ove non risultasse immortale non potrebbe partecipare dell’altro mondo e continuare, quindi, ad esprimersi in quella che arriva a essere ritenuta una rinascita, da cui appunto una reminiscenza.

La reminiscenza è un risveglio della memoria, un ridestarsi di un sapere già presente nella nostra anima, ma che era stato dimenticato al momento della nostra nascita ed era per ciò solo latente; oggi diremmo inconscio.

Per Platone conoscere significa dunque ricordare. La conoscenza non deriva dall’ esperienza ancorché questa possa quella ridestare.

Platone reputa che la nostra anima sia immortale ed eterna ed avere partecipato al mondo delle idee prima della nostra nascita ed ancora aspira a tornare a quel regno dopo la morte. Come, in caso diverso, spiegare l’idea di perfezione presente nell’uomo e che non arriva a trovare corrispettivo in ambito alcuno interessante una esperienza? Risultando questo filosofo ancorato sulla posizione parmenidea per la quale al pensiero corrisponde l’essere e a questo il pensiero, tenuto conto che essa idea di perfezione è nella mente deve necessariamente essere, proprio perché pensata. Non risultando in questo mondo, sembrerebbe questa la conclusione, non può che risultare in un altro che, non sensibile, è da ritenere soprasensibile, iperuranio o comunque indicato diverso da quello terreno.

Il mondo delle idee è stimato essere quel mondo oltre la volta celeste che è sempre esistito in cui vi sono le idee immutabili e perfette raggiungibili solo dall’ intelletto e pienamente allora che liberato dal corpo che per questo motivo arriva a essere ritenuto una prigione.

 

Il professore ci ha invitati a scrivere articoli come questo da riportare nel blog per la nostra crescita culturale e, per confrontarci con altri sulle conoscenze alle quali siamo pervenuti.