Ricordiamo che il 15 Novembre 2014, nella sala Vergineo del Museo del Sannio di Benevento verrà presentato a partire dalle ore 17:00 il nuovo libro del professore Giuseppe Addona dal titolo: La Determinazione Sociale dell'Individuo. Le linee guida dell'intero lavoro sono le condizioni che rappresentano la concretezza degli individui in società. I contenuti riguardano, in particolare, le esigenze in rapporto al soggetto che si pone in società, ossia la capacità critica di decidere se concretizzare o meno i nostri desideri in relazione alle norme he regolano la vita in comune. L'umanità, dunque, da cui scaturiscono rispetto e sensibilità è vista come "conditio sine qua non" sulla quale costruire il rapporto con l'altro. Sono affrontati, infatti, temi come l'amicizia, la politica vista come riconoscimento dell'altro e valori analizzati secondo quelle necessità che dispensano da prevaricazioni. Vengono inoltre esposte anche diverse determinazioni della libertà, prima definita scientificamente e poi posta tanto liberamente da trasformare essa stessa in scientificità e intersoggettività. Da ciò è vista derivare la società di individui liberi ed umani. A proposito di quest'ultimo concetto offre illuminanti delucidazioni il professore Nino B. Cocchiarella, docente dell'Indiana University nel suo trattato intitolato: "Cosa significa essere umano".
Chiunque dunque sia interessato alle tematiche qui esposte può recarsi il 15 Novembre al Museo del Sannio, dove il professore, insieme a noi alunni, terrà un'interessantissima presentazione del libro che è prossimo all'uscita.
Non è poi così difficile filosofare, riuscendo ad ottenere anche risultati inaspettati, ti sembra?
venerdì 31 ottobre 2014
lunedì 27 ottobre 2014
Parmenide: Le differenti vie della ricerca
Parmenide
Le differenti vie
della ricerca
“Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole”
C’ è un io che parla e qualcun altro e gli dice di ascoltare
attentamente le sue parole.
“… quali vie di ricerca sono le sole pensabili”
Qualcuno tratta delle vie di ricerca che sono percorribili con il
pensiero che potremmo rendere simbolicamente così:
“L’una che è e non è possibile che non
sia”
Questa è la famosa
affermazione di Parmenide la traduciamo così:
E’ N P N E’
Ciò che è deve necessariamente essere.
Da qui deduciamo che Parmenide pensa in negativo.
Ciò che è deve necessariamente essere.
Da qui deduciamo che Parmenide pensa in negativo.
“E il sentiero della Persuasione”
Ovvero la via buona, quella da cui si ci
deve lasciar persuadere.
“L’altra che non è possibile che sia;
questa io ti dichiaro che è un sentiero
del tutto inindagabile”
Questa è la via cattiva, poiché non si
può seguire qualcosa che non esiste.
Continua...
Continua...
sabato 25 ottobre 2014
L'altra faccia della medaglia.
La storia ci insegna come una cosa assuma un valore
totalmente differente nel corso dei secoli; già un quadro antico, illustrante
una famiglia aristocratica, mostra un cambiamento sociale di non poco conto:
prima la moda era rappresentata dalle persone grasse e di pelle molto chiara perché
la gente comune non aveva cibo,
mischiava quel poco di lardo che aveva - se era fortunata - con erbe per
sopravvivere e lavorando sotto il sole cocente la carnagione era molto scura.
Oggi, al contrario, le persone vengono denigrate se possiedono qualche chilo di
troppo, mentre vengono adulate le modelle scarnite in passerella abbronzate
anche il 20 Dicembre, perché la gente comune lavora e non avendo tempo di
andare al mare ricorre alle lampade a raggi UV.
Vogliamo parlare di economia e politica?
Ricordate le corporazioni? Anticamente erano ‘enti’ che stabilivano
la qualità di un prodotto, le sue determinate fattezze, specifici parametri e
fissavano il prezzo per evitare la concorrenza.
Es. Da una bottega fiorentina doveva uscire un prodotto di
livello molto alto altrimenti anche la città risentiva di questa ‘brutta
figura’.
Potevamo definire quindi una corporazione positivissima
perché faceva in modo che tutti potessero lavorare.
Oggi invece corporazione è sinonimo di ‘blocco’; diventa
fattore di regresso perché non permette di orientarsi verso il futuro.
Una stessa cosa in un periodo è positiva e in un altro è
negativa.
E la nobiltà? La nobiltà oggi è considerata negativa.
Un tempo era molto positiva: al tempo dei romani i nobili erano
uomini di parola, quando si andava in guerra non scappavano di fronte al
pericolo! (L. Catilina, nobili genere natus).
Contestualizziamo: la psicologia contemporanea ha accertato che
lo scemo muore meno in guerra, chi ha paura ha maggiori possibilità di salvarsi
perché al minimo rumore scappa, mentre il temerario affronta il pericolo e
spesso ‘ci lascia le penne’.
[Leggi l'articolo http://filosofiainpratica.blogspot.it/2014/10/il-troppo-storpia.html]
Un tempo, dunque, la nobiltà era una garanzia,
successivamente divenne il sinonimo di ‘campare senza lavorare’ (nel 1600
questa concezione fu una delle cause della crisi spagnola!).
Michela Rillo II F
Il troppo storpia!
Quante volte vi è capitato di dirlo?
Ebbene si, Shakespeare
aveva intuito bene coniando la frase “Too much of a good thing”, ma le radici
di questo detto trovano spazio anche nel vasto campo della filosofia.
Aristotele, nel primo libro dell’Etica Nicomachea scrisse: “Ciò
che è sufficiente in se stesso è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita
possibile da scegliere e non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere
noi riteniamo sia la felicità: (…) un’attività dell’anima razionale secondo
virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo la più eccellente e perfetta”.
Nel secondo libro spiega che queste virtù consistono nella
“disposizione a scegliere il ‘giusto mezzo’ adeguato alla nostra natura, quale
è determinato dalla ragione, e quale potrebbe determinare il saggio”. Il giusto
mezzo è posto tra due estremi:
. Il coraggio, tra la viltà e la temerarietà;
. La temperanza, tra l’intemperanza e l’insensibilità;
. La liberalità, tra l’avarizia e la prodigalità;
. La magnanimità, tra la vanità e l’umiltà;
. La mansuetudine, tra l’irascibilità e l’indolenza;
La principale è però la giustizia in quanto permette, a chi
la possiede, di utilizzare la virtù anche verso gli altri e non soltanto per se stessi.
È più semplice studiare questi argomenti attualizzandoli
essendo parte di noi e della nostra cultura invece di imparare
meccanicisticamente e poi dimenticare.
Cultura è ciò che resta dopo aver dimenticato (Giuseppe
Addona).
Michela Rillo II F
mercoledì 22 ottobre 2014
Quanto cogliamo veramente in un testo?
Noi alunni di un liceo classico ogni giorno siamo abituati a dover affrontare con un vero e proprio spirito battagliero testi greci e latini che spesso risultano incomprensibili. Vediamo come muoverci al meglio in questo ambito.
Per cogliere appieno il contenuto di un qualsiasi brano tradotto è necessario tener conto di due elementi:
Molto spesso tutti gli alunni, presi dall'urgenza di imparare a memoria regole grammaticali e sintattiche, si soffermano troppo sulla forma, ossia sulle strutture prettamente meccaniche, dimenticandosi poi del contenuto.
La traduzione in senso stretto, in realtà, è solo la conditio sine qua non. Essa è dunque quell'operazione fondamentale per la comprensione del testo, ma è solo una delle diverse tappe per l'intendimento corretto e completo del brano. Il contenuto, che è all'epilogo di questo processo, è probabilmente una parte ignorata da moltissimi alunni, che, bloccati nella forma, hanno dimenticato
di godersene il messaggio.
E' bene, allora, dopo la fatica di una traduzione, riposarsi un attimo, spendere qualche minuto a rileggere quanto scritto e poi gustarsi con calma quel messaggio che emergerà. Di tutti i testi antichi, è molto più istruttivo ciò che essi comunicano, piuttosto che delle semplici regole studiate a tavolino!
II F
Anna Chiara Porcaro
Per cogliere appieno il contenuto di un qualsiasi brano tradotto è necessario tener conto di due elementi:
Molto spesso tutti gli alunni, presi dall'urgenza di imparare a memoria regole grammaticali e sintattiche, si soffermano troppo sulla forma, ossia sulle strutture prettamente meccaniche, dimenticandosi poi del contenuto.
La traduzione in senso stretto, in realtà, è solo la conditio sine qua non. Essa è dunque quell'operazione fondamentale per la comprensione del testo, ma è solo una delle diverse tappe per l'intendimento corretto e completo del brano. Il contenuto, che è all'epilogo di questo processo, è probabilmente una parte ignorata da moltissimi alunni, che, bloccati nella forma, hanno dimenticato
di godersene il messaggio.
E' bene, allora, dopo la fatica di una traduzione, riposarsi un attimo, spendere qualche minuto a rileggere quanto scritto e poi gustarsi con calma quel messaggio che emergerà. Di tutti i testi antichi, è molto più istruttivo ciò che essi comunicano, piuttosto che delle semplici regole studiate a tavolino!
II F
Anna Chiara Porcaro
martedì 21 ottobre 2014
La filosofia del linguaggio
A cosa servirebbe studiare una lingua straniera senza sapere perché la studiamo e soprattutto senza un confronto con il linguaggio di riferimento? Assolutamente a nulla, ne conseguirebbe un apprendimento mnemonico e freddo di essa lingua.
Partiamo subito con un esempio inerente alla lingua latina. Studiando questa lingua, ci è stato insegnato che la preposizione "in" significa "dentro" e generalmente introduce un luogo e se vogliamo indicare uno stato, lo traduciamo in ablativo, ma cosa succede se invece di un ablativo troviamo l'accusativo che è un caso diretto? Come recuperarne una significazione? Se "in" indica un ingresso e l'accusativo qualcosa che si presenta di fronte al soggetto, allora dovrebbe indicare l'accedere in un luogo o l'accingersi a farlo, un luogo generalmente pericoloso, un qualcosa di ignoto. Queste regole, però, non sono regole fisse e questo lo possiamo notare prendendo come riferimento tre diverse frasi:
Darius in Urbe ambulat
Darius Urbe ibat
Caesar in Galliam ibat
Nella prima frase il verbo "passeggiare" dà l'dea di non uscire dal luogo sicuro, costituito dalla città di Roma e ciò rappresenta lo stato in luogo. Nella seconda, invece, il verbo "ibat" l'azione del verbo sembrerebbe più consistente, tanto da farci pensare di poterci trovare di fronte un accusativo e non più un ablativo. Con un'analisi più approfondita, però, possiamo notare che il moto a luogo non appare richiamato perché non si esce per andare da qualche parte, per andare incontro ad una situazione di pericolo, ma ci si mantiene tra le mura amiche. Nel terzo esempio, infine, la situazione cambia notevolmente, la Gallia non rappresenta più un luogo sicuro, conosciuto, ma un luogo ignoto, dunque pericoloso, tanto da farci usare non più l'ablativo ma l'accusativo.
Siamo sicuri che tutto ciò basti per comprendere al meglio un testo latino? E se per arrivare in Germania Cesare dovesse oltrepassare un ponte per attraversare il Reno? Per coerente applicazione della logica portante dovremmo continuare ad usare l'accusativo, ma se in un testo classico trovassimo l'ablativo? A questo punto dobbiamo sicuramente chiederci il perché di questa scelta cominciando a porci delle domande. Il ponte citato è stato costruito dai Romani o dai Germani? Supponiamo che sia stato costruito dai Romani, quindi questi ultimi gestivano anche l'altra sponda del fiume, di conseguenza non sembrerebbe emergere il pericolo. Se poi sappiamo che dall'altra parte del ponte i Romani avevano posto anche una torre di guardia, ciò ci fa capire che il ponte può essere considerato parte integrante del luogo circoscritto. Tutto ciò conferma l'uso dell'ablativo al posto dell'accusativo.
Da questi semplicissimi esempi emerge che l'unico modo per comprendere al meglio una lingua straniera, ma soprattutto una lingua antica come può essere il latino, ma anche il greco, è servirsi di una logica consistente atta a far emergere una cultura critica nonché una validità per lo studio di una lingua non più in uso.
II F
Antonio Coppola
II F
Antonio Coppola
lunedì 20 ottobre 2014
Lo sapevi che...
... cosa potremmo pensare noi di quel docente che accettasse subito una richiesta di giustifica da parte di un alunno? potremmo ritenere che lo faccia rispondendo ad una sua disposizione che lo porta ad essere buono o alla volontà di fare il buonista? quali le conseguenze? il sorteggio eventuale interesserebbe un numero minore di alunni. gli "svantaggiati" (se svantaggio è) sarebbero questi. non sarebbe più giusto dunque che siano proprio questi ad esprimersi? Il professore infatti non risulta interessato dal sorteggio.
Per cui sarebbe opportuno che il docente prima di accettare una giustifica chiedesse a coloro che subiscono il "danno". AVEVATE PENSATO A QUESTO PASSAGGIO CHE BEN POSSIAMO RITENERE FILOSOFICO E CHE INTERESSA EPISODI QUOTIDIANI?
-Sofia Maio e Anna Chiara Benedetto IC
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