Hai mai provato a chiederti cosa sia la libertà? Che rispondere ad una tale domanda sia difficile appare già dal fatto che il grande Socrate interrogava proprio su cosa fosse l'argomento in questione. Innumerevoli sono le volte che la si invoca, in suo nome sono state condotte guerre, rivoluzioni; ad essa sono state affidate forse le speranze più consistenti dell'uomo. Non abbiamo la possibilità di interrogare tante persone per far emergere la concezione che ciascuno ne ha; proviamo tuttavia noi stessi a rispondere.
Un giovane tipo forse ritiene libertà fare ciò che vuole senza vincoli. Chi può dire che tanto non sia valido e bello per chi lo ha pensato? Abbiamo finito? Va bene così?
Se non fosse che ogni operazione o larga parte di quanto esplicato si trova ad investire gli altri. Il discorso in questo caso non è relativo ad un solo individuo, ma al rapporto che questo instaura con chi gli sta vicino. A questo punto viene a dipendere dalla relazione. Non sembra dunque, al punto a cui siamo pervenuti, presentarsi quale assoluta. Le valutazioni devono allora vertere su come possa risultare applicata agli altri e forse, soprattutto recepita da questi. Proviamo di nuovo. Ci basta la famosa espressione: "la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri"? Emerge chiaramente come anche in questo caso il discorso sia generico, infatti più che definita, la libertà si trova ancora in una relazione, ma senza che l'incognita sia stata risolta. Se qualcuno vivesse isolato, sarebbe libero? O forse non avrebbe nemmeno il concetto di essa libertà? Anche infatti senza scomodare Hegel sappiamo che una predicazione può essere tale nel momento in cui si esprime rispetto ad altro. In assenza di quest'altro diverso questa libertà non potrebbe emergere. Focalizziamo allora l'attenzione sull'altro termine. Recuperato semplicemente in negativo, ne deriverebbe che essa è libertà da imposizione. Sembrerebbe allora che solo in presenza di costrizioni essa reclami il suo essere. A parte allora un significato che emerge dall'altro, bisogna considerare il singolo soggetto il quale i significati esprime. Quello che per qualcuno quindi può essere considerato un'imposizione, per altri può risultare un non problema o sconfinare anche in un piacere (vedasi i masochisti). Ma per la stessa persona potrebbe succedere, come di fatto accade, che una volta si seguono alcune indicazioni e altre queste sembrano opporsi. Affiora dunque che a dover essere valutate sono anche le non contraddizioni o le identificazioni che dir si vogliano. E siamo ancora lontani dalla definizione!
Uccidiamo la libertà se cerchiamo di definirla come alcuni ritengono? E però se non la definiamo come fa l'altro a riconoscerla o forse colui stesso che crede di esprimerla? E' possibile rintracciare la libertà dunque non solo per quanto riguarda il singolo soggetto, ma in rapporto all'altro che dovendola riconoscere esprime il suo messaggio di ritorno. Chiaramente non è l'espressione della forza che permette di connotarla, perché in quel caso risulterebbe essere l'espansione della volontà del singolo individuo, la quale non incontrando altro non potrebbe essere determinata. Essa allora partendo dal soggetto deve incontrare l'altro soggetto e tornare riconosciuta. A questo punto non è assoluta, non è individuale, né sganciata, ma solamente valida in un sistema intersoggettivo. E' questo allora che dobbiamo far emergere insieme per fare in modo che ci si esprima senza imposizioni, che si incontri l'altro al punto che questo non sia un ostacolo, ma un sostegno, così come Kant riteneva che per l'aria pure rallenta la colomba, ma rappresenta il mezzo che la fa volare.
Vediamo ora in concreto come può rapportarsi anche in relazione al meccanicismo, ovvero
esprimersi. Se la realtà si presenta come rapporti di causa-effetto, al soggetto non resterebbe nessuna possibilità di esprimerla. Kant riteneva che potesse rappresentare quanto derivava dall'imperativo categorico e che si ergeva rispetto ai vantaggi pure visti appartenere all'io empirico, giungendo a concretizzarsi per quell'universalità che era solo formale. Noi invece oltre lo stesso Hegel, per il quale a rigore la libertà avrebbe dovuto essere autodeterminazione della ragione, reputiamo che essa prenda corpo in una intersoggettività che dà concretezza alla forma kantiana e dà espressione al soggetto tra soggetti. Riconosciuta dunque dal soggetto come coscienza in relazione con altri soggetti può essere rivisitata e riprodotta. Questa sarebbe la libertà effettiva in una società. Non immobile dunque ma individuata nei passaggi sostenibili e valutati, pronti a recepire la falsificazione e il diverso così come da Popper riconosciuto. Non assoluta, non a priori dunque ma valida fino ad ulteriore prova contraria.
Antonio Coppola II F
Michela Rillo II F
Angelo Parrella III C
Mario Forni III C
Stefano Palmieri III C
Fabiola Castelluzzo III C
Stefania Goglia III C
Monica Angelone III C
Roberta Zoppoli III C
Silvia Marsullo III C
Non è poi così difficile filosofare, riuscendo ad ottenere anche risultati inaspettati, ti sembra?
venerdì 19 dicembre 2014
mercoledì 26 novembre 2014
L'invidia
Oggi affronteremo il concetto dell'invidia, concetto all'apparenza molto semplice e che interessa la vita quotidiana di ogni persona, ma che deve essere affrontato in un modo molto critico per poter comprendere a pieno il modo e il motivo per il quale si manifesta. In generale, invidia non può realizzarsi se c'è una proporzione enorme ma se c'è qualcosa che lega e che fa pensare di essere simili. Appena fuoriesce la volontà di far rientrare la proporzione di base si genera dunque l'invidia. Per poter capire meglio il tutto, facciamo subito un esempio. Se una persona sa appena leggere e scrivere non invidierà uno scienziato matematico, perché le due persone non possiedono le stesse competenze e lo stesso livello conoscitivo. Se invece un soggetto impar a fare lo zero e un altro non è mai riuscito a farlo, ma i due pensano di essere simili, appena il primo fuoriesce dallo stesso livello, innesca nell'altro la volontà di mantenesse quel livello e se non si eleva lui, cerca di abbassare l'altro: all'invidia si aggiunge quindi una nuova componente: la cattiveria. Per Virgilio, invece, l'invidia non era una cosa negativa, l'essere umano non vuole apportare di meno di chi dà di più, ognuno cerca di apportare di più per il bene comune e allora l'invidia diventa una sana invidia. Da ciò possiamo notare come, anche un sentimento considerato così negativo, sotto alcuni aspetti può essere letto in chiave positiva.
Antonio Coppola II F
Antonio Coppola II F
giovedì 6 novembre 2014
A proposito dell'oggetto...
Quante volte ci capita ogni giorno di sentire frasi del tipo: "Ci troviamo di fronte fatti OGGETTIVAMENTE reali"? Beh davvero tantissime e spesso non ci chiediamo nemmeno ciò che quell'avverbio stia a significare accettandolo passivamente. Anche in questo caso, però, andando ad analizzare attentamente il tutto e servendoci soprattutto dei pensieri dei grandi filosofi antichi, possiamo giungere ad una migliore comprensione dei fatti. In classe, ci siamo trovati di fronte un passo molto interessante di Tommaso d'Aquino sulla verità e sulla conoscenza e da lì noi alunni abbiamo cominciato grazie all'aiuto del prof. Addona a filosofare e a porci degli interrogativi su quell'argomento. Abbiamo scoperto che per Tommaso il vero è presente quando l'intelletto corrisponde all'ente reale, in parole più semplici, quando l'intelletto assimila la realtà. Grazie a questo pensiero, siamo riusciti a capire che Tommaso, da grande realista, pone prima la realtà e poi sulla realtà si pone l'intelletto. Questo concetto fu ripreso poi successivamente anche dal famosissimo filosofo tedesco Immanuel Kant, che riuscì in maniera grandiosa a capire che il mondo degli oggetti non è un mondo reale, a sé stante, ma è il soggetto stesso a crearli, dunque dopo Kant l'oggettività non c'è più! E pensare che alcuni idealisti moderni pongono ancora l'oggetto come base della conoscenza umana...
Antonio Coppola
II F
Antonio Coppola
II F
venerdì 31 ottobre 2014
Presentazione libro del prof. G.Addona
Ricordiamo che il 15 Novembre 2014, nella sala Vergineo del Museo del Sannio di Benevento verrà presentato a partire dalle ore 17:00 il nuovo libro del professore Giuseppe Addona dal titolo: La Determinazione Sociale dell'Individuo. Le linee guida dell'intero lavoro sono le condizioni che rappresentano la concretezza degli individui in società. I contenuti riguardano, in particolare, le esigenze in rapporto al soggetto che si pone in società, ossia la capacità critica di decidere se concretizzare o meno i nostri desideri in relazione alle norme he regolano la vita in comune. L'umanità, dunque, da cui scaturiscono rispetto e sensibilità è vista come "conditio sine qua non" sulla quale costruire il rapporto con l'altro. Sono affrontati, infatti, temi come l'amicizia, la politica vista come riconoscimento dell'altro e valori analizzati secondo quelle necessità che dispensano da prevaricazioni. Vengono inoltre esposte anche diverse determinazioni della libertà, prima definita scientificamente e poi posta tanto liberamente da trasformare essa stessa in scientificità e intersoggettività. Da ciò è vista derivare la società di individui liberi ed umani. A proposito di quest'ultimo concetto offre illuminanti delucidazioni il professore Nino B. Cocchiarella, docente dell'Indiana University nel suo trattato intitolato: "Cosa significa essere umano".
Chiunque dunque sia interessato alle tematiche qui esposte può recarsi il 15 Novembre al Museo del Sannio, dove il professore, insieme a noi alunni, terrà un'interessantissima presentazione del libro che è prossimo all'uscita.
Chiunque dunque sia interessato alle tematiche qui esposte può recarsi il 15 Novembre al Museo del Sannio, dove il professore, insieme a noi alunni, terrà un'interessantissima presentazione del libro che è prossimo all'uscita.
lunedì 27 ottobre 2014
Parmenide: Le differenti vie della ricerca
Parmenide
Le differenti vie
della ricerca
“Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole”
C’ è un io che parla e qualcun altro e gli dice di ascoltare
attentamente le sue parole.
“… quali vie di ricerca sono le sole pensabili”
Qualcuno tratta delle vie di ricerca che sono percorribili con il
pensiero che potremmo rendere simbolicamente così:
“L’una che è e non è possibile che non
sia”
Questa è la famosa
affermazione di Parmenide la traduciamo così:
E’ N P N E’
Ciò che è deve necessariamente essere.
Da qui deduciamo che Parmenide pensa in negativo.
Ciò che è deve necessariamente essere.
Da qui deduciamo che Parmenide pensa in negativo.
“E il sentiero della Persuasione”
Ovvero la via buona, quella da cui si ci
deve lasciar persuadere.
“L’altra che non è possibile che sia;
questa io ti dichiaro che è un sentiero
del tutto inindagabile”
Questa è la via cattiva, poiché non si
può seguire qualcosa che non esiste.
Continua...
Continua...
sabato 25 ottobre 2014
L'altra faccia della medaglia.
La storia ci insegna come una cosa assuma un valore
totalmente differente nel corso dei secoli; già un quadro antico, illustrante
una famiglia aristocratica, mostra un cambiamento sociale di non poco conto:
prima la moda era rappresentata dalle persone grasse e di pelle molto chiara perché
la gente comune non aveva cibo,
mischiava quel poco di lardo che aveva - se era fortunata - con erbe per
sopravvivere e lavorando sotto il sole cocente la carnagione era molto scura.
Oggi, al contrario, le persone vengono denigrate se possiedono qualche chilo di
troppo, mentre vengono adulate le modelle scarnite in passerella abbronzate
anche il 20 Dicembre, perché la gente comune lavora e non avendo tempo di
andare al mare ricorre alle lampade a raggi UV.
Vogliamo parlare di economia e politica?
Ricordate le corporazioni? Anticamente erano ‘enti’ che stabilivano
la qualità di un prodotto, le sue determinate fattezze, specifici parametri e
fissavano il prezzo per evitare la concorrenza.
Es. Da una bottega fiorentina doveva uscire un prodotto di
livello molto alto altrimenti anche la città risentiva di questa ‘brutta
figura’.
Potevamo definire quindi una corporazione positivissima
perché faceva in modo che tutti potessero lavorare.
Oggi invece corporazione è sinonimo di ‘blocco’; diventa
fattore di regresso perché non permette di orientarsi verso il futuro.
Una stessa cosa in un periodo è positiva e in un altro è
negativa.
E la nobiltà? La nobiltà oggi è considerata negativa.
Un tempo era molto positiva: al tempo dei romani i nobili erano
uomini di parola, quando si andava in guerra non scappavano di fronte al
pericolo! (L. Catilina, nobili genere natus).
Contestualizziamo: la psicologia contemporanea ha accertato che
lo scemo muore meno in guerra, chi ha paura ha maggiori possibilità di salvarsi
perché al minimo rumore scappa, mentre il temerario affronta il pericolo e
spesso ‘ci lascia le penne’.
[Leggi l'articolo http://filosofiainpratica.blogspot.it/2014/10/il-troppo-storpia.html]
Un tempo, dunque, la nobiltà era una garanzia,
successivamente divenne il sinonimo di ‘campare senza lavorare’ (nel 1600
questa concezione fu una delle cause della crisi spagnola!).
Michela Rillo II F
Il troppo storpia!
Quante volte vi è capitato di dirlo?
Ebbene si, Shakespeare
aveva intuito bene coniando la frase “Too much of a good thing”, ma le radici
di questo detto trovano spazio anche nel vasto campo della filosofia.
Aristotele, nel primo libro dell’Etica Nicomachea scrisse: “Ciò
che è sufficiente in se stesso è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita
possibile da scegliere e non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere
noi riteniamo sia la felicità: (…) un’attività dell’anima razionale secondo
virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo la più eccellente e perfetta”.
Nel secondo libro spiega che queste virtù consistono nella
“disposizione a scegliere il ‘giusto mezzo’ adeguato alla nostra natura, quale
è determinato dalla ragione, e quale potrebbe determinare il saggio”. Il giusto
mezzo è posto tra due estremi:
. Il coraggio, tra la viltà e la temerarietà;
. La temperanza, tra l’intemperanza e l’insensibilità;
. La liberalità, tra l’avarizia e la prodigalità;
. La magnanimità, tra la vanità e l’umiltà;
. La mansuetudine, tra l’irascibilità e l’indolenza;
La principale è però la giustizia in quanto permette, a chi
la possiede, di utilizzare la virtù anche verso gli altri e non soltanto per se stessi.
È più semplice studiare questi argomenti attualizzandoli
essendo parte di noi e della nostra cultura invece di imparare
meccanicisticamente e poi dimenticare.
Cultura è ciò che resta dopo aver dimenticato (Giuseppe
Addona).
Michela Rillo II F
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