martedì 4 maggio 2021

DIALETTICA STOICA E SISTEMA CONOSCITIVO

 

IL MENTITORE

EPIMENIDE CRETESE AFFERMAVA CHE TUTTI I CRETESI ERANO BUGIARDI

Appare evidente che Epimenide, essendo cretese, non possa che produrre una bugia. Da una tale sua posizione consegue, altresì, che l’affermazione da lui proposta dovrebbe risultare falsa: a derivarne sarebbe l’opposto di quanto espresso, ovvero che i cretesi non sono bugiardi. Da ciò il dilemma che, risolto da Russell, è stato emblematicamente delineato in termini simbolici da Cocchiarella. Il caso è stato, altresì, specificamente affrontato nel libro: Giuseppe Addona Percorsi di filosofia edito da G. Laterza Bari.

La risoluzione, da Russell prodotta, è stata resa possibile dalla posizione fuori dal sistema di colui che si esprime. Un cretese, dunque, non può affermare: tutti i cretesi sono bugiardi poiché a derivarne sarebbe il dilemma di cui sopra. Possiamo tuttavia aggiungere che anche Epimenide potrebbe risultare in una tale posizione esterna allora che, benché cittadino di Creta, non rientrasse oramai tra coloro ai quali applica un tale giudizio. Nel momento stesso che si rendesse conto che i suoi concittadini si siano rivelati bugiardi e che si indirizzasse su altra strada lo porterebbe a distinguersi, non appartenendo, a questo punto e sotto un tale aspetto, a una siffatta comunità, della quale enuncia un fatto. 

 

IL SORITE

Quanti chicchi di frumento occorrono per formare un soros ovvero un mucchio? Risulta evidente che un chicco non sia da ritenere un mucchio. Questo, infatti, è reputato un insieme di quelli ovvero costituito da un numero piuttosto grande e però non definito, così che l’aggiunta di un granello non appare né apportare né risolvere la concezione di esso mucchio. Il problema risulta incentrato sul passaggio non individuabile, così come accadeva a quella divisione già contemplata dal discepolo di Parmenide, né, altresì, denotativo di quel concetto. Un siffatto discorso rientra nella concezione che non può risultare definita per l’intervento di un elemento che vada ad aggiungersi agli altri, unitamente ai quali deriva una significazione ritenuta e però non tale da non richiamare altro che rappresenta l’aggiunta. L’insieme non arriva a costituire in alcun caso essa significazione. Per il resto, questa è necessaria alla comunicazione, la quale, benché risulti aperta, ovverosia tale da contenere quanto non recepito unitamente ad altri e per quanto questo stesso possa pervenire a configurazione intersoggettiva e che, in questo caso, risulta dalla ritenzione piuttosto comune, e però sempre parziale per quanto ampia possa delinearsi una convergenza sugli elementi posti in essere, pure risulta la condizione portante ancorché nei termini non interamente adeguati.

 

IL CALVO

Il discorso precedente vale per i capelli. Sottratto, infatti, uno a questi non porta a ritenere l’interessato da un tale fatto un calvo. Si può continuare così togliendone due o quanti si voglia. A non restare individuato è, anche in questo caso, il passaggio per il quale ad emergere possa essere il concetto, pure, per il resto, ritenuto. Questoè, infatti, non contempla una definizione netta. A non risultare interessata è, infatti, ancora una quantità data.

 

IL VELATO

Conosci colui che si avvicina con il viso velato? No. Se si scopre il volto lo conosci? Si. Conosci e non conosci, dunque, la stessa persona.

Per risolvere un tale “dilemma” appare sufficiente già l’individuazione aristotelica. Le configurfazioni si dispiegano, infatti, in un tempo diverso e per aspetti diversi. In un tempo t1 a presentarsi è una persona velata e in un tempo t2 quella che riteniamo la stessa, per gli elementi che permangono, con il viso scoperto. A restare è tuttavia il problema rappresentato dal legame, così come accade ogni qualvolta si tenta di attribuire un qualcosa ad altro, ovvero di far leva su una causa, fatto questo che non può essere intuito ovverosia colto come da Hume sarà constatato ed esplicitato.

A essere mantenuto fermo, in ogni caso, è colui che si ritiene lo stesso prima con il viso celato e poi scoperto.

 

IL CORNUTO

Ciò che non hai perduto lo hai. Ma non hai perso le corna quindi le hai.

In questo caso la risoluzione di quella che può essere reputata una antinomia si presenta piuttosto facile. L’uomo non aveva le corna e quindi non le aveva perdute così che queste possano continuare ad appartenergli. Il discorso risulta incentrato su una generalità nella quale è fatto rientrare un caso specifico. Si tratta di quello che è possibile ritenere un inserimento non appropriato e portatore del falso.

 

L’EMPIETÀ CHE CARATTERIZZEREBBE I SACERDOTI

Colui che rivela i misteri ai non iniziati è un empio. Il sommo sacerdote rivela i misteri ai non iniziati, dunque il gran sacerdote è un empio.

Il “dilemma” è portato dalla concezione ovvero, più specificamente, dalla mancata definizione sia di quelli che sono veicolati come misteri che di coloro che sono ritenuti gli interessati ai quali questi sono trasmessi. Una volta sono ritenuti misteri quegli elementi da non divulgare all’esterno e un’altra a fare da corrispettivo sono i cittadini ai quali un tale sacerdote si rivolge con un rito considerato legittimo. Quanto professato come atto, in primo luogo se non esclusivamente, in un tempio rappresenta, infatti, quello che di religioso al popolo è partecipato; nell’altro caso quanto deve essere tenuto lontano dalla portata della comunità intera, risultando riservato solo agli adepti.

 

IL TROVARSI O MENO DI QUALCUNO IN UNA CITTÀ

Se uno è a Megara non è ad Atene. Ma c’è un uomo a Megara quindi non c’è un uomo ad Atene.

Nel primo caso si tratta di un qualcuno indicato come tale ancorché, per il resto, non definito: tanto risulta dal pronome. Una stessa persona, infatti, non si trova insieme in una città e in un’altra. Nel secondo a risultare espresso è un nome denotante un genere. Uomo infatti è sia qualcuno che si trovi a Megara e sia ad Atene, fatto questo che non solo non è in contraddizione ma appare constatabile così che Socrate, in quanto uomo, potrebbe stare ad Atene e Aristocle, ancora uomo, a Megara.

 

 

IL TROVARSI O MENO IN CITTA’

Ciò che non è in città non è neppure nella casa. Ma non vi è un pozzo nella città quindi non vi è nemmeno nella casa.

In questo caso per pozzo in città si intende un pozzo visibile ovverosia presente in questa magari adibito ad uso pubblico e quindi collocato in una strada o in una piazza, fatto questo che si configura nella sua diversità rispetto ad un pozzo privato perché in una casa. Tra il privato e il pubblico, non risultando contemplato questo in quello, arriva a dispiegarsi una tale antinomia.

 

IL DILENMMA DEL COCCODRILLO

Un coccodrillo, che aveva rubato un bambino, promise alla madre di questo di restituirglielo se avesse indovinato la sua intenzione. La madre rispose che quello non l’avrebbe restituito. L’animale, che voleva tenerselo, a questo punto, si trovò di fronte ad un dilemma. In base al patto, tenuto conto che la madre aveva individuato le intenzioni di quello, avrebbe dovuto restituirlo. Restituendolo avrebbe però reso falsa l’affermazione della madre.

Il discorso si presenta di ordine filosofico ovverosia necessita di riflessioni perché si possa addivenire ad una riconduzione del problema ritenuto per secoli insolubile.

Proviamo a muovere dal coccodrillo rappresentante un riferimento. L’animale avrebbe potuto mangiare il bambino e invece pone in gioco un tale fatto disponendosi in una relazione con la madre del bimbo. Tanto significa già superare la semplice posizione precedente. Egli non può dunque non pensare, a questo punto, in funzione dell’altro riferimento, dalla madre costituito. Constatata valida la risposta, dovrebbe restituire il bambino. Diverso, invece, il discorso nel momento stesso che a essere assunto sia l’altro riferimento, dalla madre del bimbo costituito. Questa, però, dicendo il vero, sembrerebbe legittimare il coccodrillo a procedere in tal senso. In tal caso però a risultare annullata sarebbe la posizione di esso coccodrillo che aveva messo in conto la possibilità diversa costituita dal non tenere il bambino allora che la madre di costui avesse indovinato l’intenzione che, tuttavia, dobbiamo ritenere superata dalla comunicazione posta in essere.

Il discorso si presenta ancorato, dunque, a due termini. A dispiegarsi è quello che, altresì, potremmo reputare un sistema chiuso nel quale un passaggio tra quelli non è risolto. Ad intervenire è infatti una volta una esplicazione ed un’altra l’altra.

La madre del bambino, ritenendo che il coccodrillo volesse tenerselo, appare riferirsi all’animale che, già intenzionato a tanto, pure arriva a metterlo in discussione. Ciò a significare che la madre si riferisse alla prima intenzione di quello che però risulta messa in gioco. Da ciò dovrebbe derivare la conclusione.

Ove a valere fosse, dunque, la considerazione della madre, l’animale dovrebbe procedere in tal senso. In questo caso però a crollare sarebbe l’intero apparato dal coccodrillo posto in essere e incentrato sul primo riferimento. Una volta il discorso risulta imperniato sull’intenzione, che potremmo ritenere di base, ossia sulla natura del coccodrillo di tenere per sé quanto predato e un’altra sul discorso al quale pure esso coccodrillo si è affidato.


lunedì 3 maggio 2021

ARISTOTELE, I GRADI DELLA CONOSCENZA

 

La conoscenza, che secondo il pensiero di Aristotele comincia dalla sensazione, trova il suo coronamento nella scienza che è conoscenza in senso universale ovvero relativa all’essere in quanto tale e non a particolarità o ad accidenti. A subentrare alle sensazioni che potremmo ritenere semplici è la memoria, per la quale a formarsi sono le esperienze. Ad emergere poi, anche se non sempre in termini chiari e distinti, sono una tecnica e un’arte, la quale ultima spesso prende il posto della scienza.

Oggi, riteniamo, per lo più, che la tecnica sia un’organizzazione di esperienze non individuata nei suoi elementi portanti e, soprattutto, non insegnabile facendo leva su termini comprensibili perché affidati questi ad una ad una pratica. Una spiegazione, infatti, non può che far leva su fattori individuati e razionalmente collegati. Si parla di arte allora che si perviene a cogliere un qualcosa di ottimale se non di sublime facendo leva su termini, i quali, però, ancora non risultano interamente espressi. Noi riteniamo scienza, invece, quella conoscenza incentrata su termini misurati al punto che possa ripetersi il fenomeno riproducendo quei parametri, portati magari da regole anche più o meno complesse. Essa scienza è comunicabile e, quindi, insegnabile.

L’esperienza non corrisponde, comunque, alla scienza: da una serie di osservazioni può non emergere una spiegazione del fenomeno. Da essa possono derivare tentativi o anche spiegazioni particolari che però non escludono il caso che arriva ad interessarle in una parte molto ampia.

Si tratta, soprattutto nel caso di Aristotele, di individuare la differenza tra scienza e arte che però si presenta molto sottile e spesso sfuggevole. L’artista e lo scienziato appaiono differenziarsi in primo luogo per il fatto che l’arte è un’organizzazione, ancorché risolutrice e, possiamo ritenere, universale senza, però, una misurazione degli elementi. Questi, invece devono cessare di configurarsi quali variabili. Proprio un tale procedere va a connotare la scienza, la quale risulta incentrata su termini definiti e sulle relazioni osservate, a propria volta misurate. Aristotele arriva talvolta a sovrapporle o, più specificamente a scambiarle.

Questo filosofo, anche se intreccia spesso i termini, perviene a ritenere arte e scienza per l’universalità che esprimono al punto che i risultati non risultano aleatori o affidati al caso o ancora a una particolarità da esperienze portata. Egli considera la scienza come quella conoscenza dell’essere che muovendo dall’esperienza perviene a quella universalità per la quale non possono che risultare quegli effetti e non altri. Diverso il discorso incentrato su osservazioni che lascino fuori altro da cui, appunto, risultati non contemplati. Gli effetti, in questo caso, risponderebbero a congiunture.

Una lezione del prof. Addona riportata da Alice De Stasio, IC

È POSSIBILE DISTINGUERE L’INTELLETTO IN ATTIVO E PASSIVO?

 Per spiegare il passaggio da potenza ad atto ma, soprattutto e specificamente, per individuare l’intuizione nel suo esprimersi, Aristotele ricorre all’intervento di un intelletto attivo, che dovrebbe rappresentare la capacità di cogliere quanto in essere per una intuizione. Esso intelletto umano, sembrerebbe questa l’argomentazione di un tale filosofo, è constatato non operare sempre. È visto, infatti, intervenire talvolta ed altre non. Proprio da una tale non continuità ovvero da un non rivelarsi sempre presente sorge il problema: Per il fatto, dunque, che l’intelletto non agisca sempre sembrerebbe risultare negato un suo essere. Esso, infatti, che talvolta coglie il legame e il passaggio da qualcosa a qualcos’altro altre risulta assente. Ove rappresentasse un essere dovrebbe svolgere il proprio ruolo. A essere considerato sembra proprio quale un essere che però non può essere ritenuto tale poiché un essere non risulta solo a tratti per poi scomparire.

Al riguardo, però, basterebbe considerare l’uomo da sveglio e da dormiente. Trattandosi tuttavia di un qualcosa da venire a configurazione ovvero tale da esprimersi quale essere, Aristotele arriva a considerare un quid sul quale fare leva e tale da sostenere quell’operazione che non riesce a essere spiegata. L’uomo, infatti, non è ritenuto potere porre in essere alcunché potendo solo rappresentarsi una conoscenza a un essere corrispettiva. Non potendo affidarsi nemmeno a una potenzialità, poiché questa attiene all’essere, commette la spiegazione ad un intelletto attivo che viene, in una qualche modalità, in aiuto all’intelletto dell’uomo.   

Esso intelletto attivo sembrerebbe però acquistare una connotazione quasi divina. Superiore ed esterno a quello dell’uomo è considerato soccorrere l’altro per portare questo a essa intuizione. In una tale ritenzione Aristotele arriva quasi a comportarsi in un modo non diverso da Platone, pure condannato per avere posto in essere un inutile doppione costituito dal mondo delle idee rispetto a quello sensibile. Nel caso in esame, infatti, Aristotele, ancorché tentennante, appare comunque richiamare un’altra realtà anziché risolvere il problema concentrandosi solo sull’intelletto dell’uomo.                                                                                 

Noi moderni, riportando le considerazioni del professore Addona, potremmo ritenere che essa intuizione sia prodotta da quell’attività che riesce a collegare termini fino a farne emergere altri che, prima del loro comparire in una siffatta configurazione ovverosia intuizione, risultavano non noti. Proprio il dispiegarsi di quanto inseguito arriva a essere ritenuto portato da una illuminazione e specificamente per il fatto che a risultare evidenti sono le relazioni che forniscono una spiegazione di quanto prima, monco, si delineava, appunto, in una oscurità.

Se l’uomo, altresì, intuisse continuamente si avvicinerebbe alla posizione dalla quale un dio è reputato cogliere, in uno, il tutto. Al di là di tanto risulterebbe quell’uomo proiettato fino a comprendere i vari legami nel loro dispiegarsi, venendo in tal modo ad avvicinarsi a quella condizione superiore.

Non, dunque, per mezzo di un intelletto esterno un intelletto passivo sprigiona le sue potenzialità. È essa attività, quale pensiero, che perviene a risolvere i legami tra termini presenti e richiamati fino a essere rappresentati in quella che si dice intuizione e da tenere distinta da quella dai fenomeni rappresentati nello spazio e nel tempo così come da Kant ritenuta.       

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PENSIERO

 

Allora che per intelligenza si intenda la capacità a collegare appare evidente che un programma possa essere predisposto così che, dati alcuni parametri, a conseguirne possano essere termini, ovverosia relazioni richiamate perché rispondenti ad un tutto già approntato. Il discorso non muta allora che al posto di una base, che possiamo ritenere fissa, si inserisca la possibilità di elaborazione della stessa. Tanto a dire che un programma può procedere in quella che possiamo ritenere una ricomposizione di se stesso. Questo non può avvenire che ancora per parametri impostati. Diverso il discorso che riguarda esso pensiero il quale appare esprimersi oltre tutto ciò.

Cosa rappresenta dunque un tale pensiero? Potremmo rispondere: la possibilità di spingersi, quale attività, oltre tutto quello che è stato programmato. Se anche tanto appare, in ultimo, interessare una intelligenza artificiale, pure, esso pensiero arriva a distinguersi per il fatto che essa attività che esprime risulta ancorata ad un soggetto che si dispiega ponendosi rispetto agli altri come pratica da un universale discendente. Anche un tale discorso, tuttavia, potrebbe essere impostato e però da esso pensiero, il quale, in questo caso, verrebbe a connotarsi specificamente quale ragione. Questa, infatti, si trova a fondare e ad esprimere se stessa in quella generalità da cui la restante parte non può che dipendere.

Esso si presenta come quel qualcosa che, non definito se non da se stesso, giunge a configurarsi come principio che riesce a riconfigurarsi e, nello stesso tempo, a riconoscersi nei suoi stessi mutamenti, ovvero sviluppi, risultando di tanto consapevole, così come elemento anche in una corresponsione con un essere che perviene in siffatti termini a pensare. È il pensiero a disporre se stesso e a produrre, quindi, tutti gli eventuali programmi che da esso prendono inizio sia a livello teoretico che, soprattutto, pratico. Anche allora dunque che un programma fosse tarato per rifondare se stesso si troverebbe a rispondere a quell’impostazione di base da esso pensiero costituita e posta in essere. Da una programmazione, anche aperta, a non emergere sarebbe quel qualcosa che, non definito da alcunché se non da se stesso ancorché in risposta a termini che arrivino a dispiegarsi, non condurrebbe a ciò da cui comunque si trova a dipendere. Si tratta di essa attività rappresentativa, appunto, si esso soggetto che non è fissato da altro, diversamente da quanto accade ad un programma complesso e proiettato per reimpostarsi quanto si voglia.

Questo potrebbe riconoscere sia se stesso che uno sviluppo non ancorato su termini che possiamo ritenere primitivi potendo procedere su ciò che, via via, venisse a dispiegarsi e però anche tanto non potrebbe che rispondere all’impostazione per la quale è stato avviato per percorrere una tale strada. Il suo stesso riconoscimento non può esulare dai termini dai quali si è mosso. In caso contrario a irrompere, fino a fa far scoppiare l’intero sistema, sarebbero sdoppiamenti che non consentirebbero più un riconoscimento. Esso, in ultimo, sfuggirebbe a se stesso.

Il pensiero, che non procede, dunque, né solo su variabili né su costanti ma su quanto riesce ad esprimere in una libertà, risulta consapevole di se stesso e dell’approdo cui, di volta in volta, perviene, senza cessare, quindi, in quella sua identità ancorché dinamica per quanto arriva a dispiegare nella sua stessa evoluzione. Essa attività si riconosce nello stato in cui è approdata costituendo e comunicando esso soggetto. Tanto sia a livello teoretico, per ciò che arriva ad esprimere al punto da risultare non solo riconoscibile ma tale da fare da riferimento ai termini che va a collegare e, quindi, ad attribuire, e sia e soprattutto quale elemento di quella umanità universale, portante non solo un sistema ma quell’essere per il quale esso pensiero, come ragione, si riconosce e reputa di essere conosciuto. Quella, che non risulta confinata, pure si esprime come libertà che scientificamente giunge ad essere colta. Per un approfondimento della tematica si rinvia al mio lavoro La determinazione sociale dell’individuo eDimedia, liberamente consultabile sul sito giuseppeaddona.tripod.com

Ove un programma riuscisse ad esprimere tanto arriverebbe a pensare una libertà non però a fondarla e a farla rivivere dandole quell’essere incentrato su un soggetto tra soggetti. Essa libertà, dunque, così come principio, non può che derivare da quel soggetto che arriva ad avviare anche un tale programma.

A tanto si aggiunge quel sentire generale, il quale, benché possa magari, a propria volta, risultare programmato, prende il suo essere da quella sensibilità che connota l’uomo che avverte l’universalità fino a porre in essere unitamente alla ragione quel soggetto. È questo che dà l’avvio a quel processo che può anche essere predisposto ad avanzare su una via autonoma e che però è stata prevista da quel soggetto che ha affidato a essa “intelligenza artificiale” un tale compito che può proiettarsi fino a tracciare nuove strade e però controllabili da colui che lo ha avviato. In caso diverso potrebbe, un tale sistema, trovare elementi e però tali da rappresentare non quel soggetto che si pone in essere per quella generalità nella quale ritrovare gli altri. Fuori da tanto e oltre tanto a presentarsi possono essere termini rispondenti, però, ad un individuo quando non ad altro ancora.

Essa intelligenza artificiale, ove in contrapposizione, porterebbe alla scomparsa di quell’essere uomo dal quale è stata costruita per rispondere ad esigenze alle quali non può che sottostare quell’universalità per la quale si può parlare di umanità ovvero di soggetto in rapporto per essa ragione e per essa sensibilità.  

lunedì 11 gennaio 2021

La gelosia

Una gelosia appare richiamare quell’appropriazione ovvero quel possesso di un qualcosa che, più che non volersi perdere, è ritenuto da non condividere con alcuno. Non si tratta di recuperare un oggetto quanto piuttosto di non voler accettare che essa “cosa” possa uscire da quell’ambito poiché reputata esclusivamente propria. Non si è disposti, in definitiva, ad accettare che esso qualcosa, diventato più che un possesso, torni allo stato primordiale ovvero al punto da non risultare nell’orbita costituita per la quale arriva a realizzarsi colui che pervenga a considerare anche un proprio essere per tanto. Sembrerebbe evidente altresì che esso oggetto si trovi a fare da completamento quando non da realtà effettiva a colui che constata di non essere in assenza di quello. Questo arriva a costituire comunque quello che potremmo ritenere un effetto ancorché potentemente spesso posto in essere da chi, appunto, non sia pervenuto ad una visione generale per la quale essere.

Proprio il rapporto tra esse due situazioni contemplate ovvero quella nella quale è presente l’altro e quella di chi, nella particolarità posta in essere, si ritiene di non condividere quello ritenuto appartenergli come appunto un bene esclusivo, porta a fare in modo che, allora, infatti, che a disporsi sia quella chiusa, l’altra non intervenga. I posizionamenti tuttavia, da parte di esistenti incentrati su tanto possono risultare vari e tanto in base agli elementi che arrivano a determinare un individuo a cominciare da un intelletto e, soprattutto, da una cultura acquisita. Per tali elementi infatti arrivano a essere approntate sia difese che atteggiamenti atti a non urtare con quanto da una società in genere accettato. Il problema, in questo caso, non appare risolto ma solo aggirato integrando i termini fino al punto da risultare smussati ed infine posti in essere in modo tale da non cozzare contro la suscettibilità generale. Un ulteriore fattore è rappresentato da comportamenti e da considerazioni, dunque, per i quali si possa ritenere o meno di perdere esso oggetto. Se qualcuno ad esempio reputasse che una relazione fosse incentrata su qualità particolari, quali magari un bello, allora che a configurarsi di fronte fossero elementi ritenuti non al livello proprio potrebbe non innescarsi essa preoccupazione. A restare per continuare a minare il rapporto potrebbero ancora essere elementi particolari e comunque tali da inserirsi sulla restante parte. Una persona, così legata ad un ricco potrebbe ben non intraprendere una relazione con un’altra e però sottrarre da un tale rapporto mancato quanto ancora e diversamente possa appagare. Non appena, tuttavia, quella disposizione aperta arrivi a far sentire la propria voce e prepotentemente a dispiegarsi è vista quella tensione continua volta a perseguire costantemente l’allontanamento di ogni elemento che possa richiamare essa violazione, appunto, temuta. Alquanti, infatti, appaiono presentarsi con una certa apertura solo perché stimano non essere investiti da quella problematica portata dalla sottrazione di esso oggetto. La tutela, altresì, da parte dello stato venuto a costituirsi talvolta non sembra bastare a coprire quanto reputato da conservare da parte di quelli che, oramai, non arrivano a posizionarsi in una consapevolezza dei termini effettivi. Costoro sono portati a vedere coloro che possano inserirsi quali nemici dai quali difendersi approntando quindi le “valutate” fortificazioni.

Diverso, tuttavia, il discorso che arriva ad interessare coloro che risultassero più o meno coscienti della relazione posta in essere. Su termini stabiliti si troverebbero a disporsi ritenendo che un tale rapporto, poiché concordato, sia da portare avanti. Se l’altra di fronte è considerata una persona affidabile, capace, quindi, di mantenere l’impegno, essa gelosia sembrerebbe dispiegarsi solo in potenza ovvero in considerazione del fatto che l’apparato sul quale si è convenuti non possa saltare essendo ritenuto quello supportare esso impegno. Tanto arriverebbe a costituire una sicurezza per colui che comunque si dispone ancora come individuo e tale da beneficiare della configurazione di fronte. Costui sarebbe ancora pronto ad esplicitare le proprie richieste al variare del termine di esso rapporto, fatto questo che risulta facilmente constatabile per le valutazioni che ad ogni occorrenza assumono la configurazione di quell’apostrofare prodotto dopo che una relazione si sia interrotta e che sono viste subentrare ad espressioni diametralmente opposte. Sembra che tutti i pregi in precedenza sciorinati si siano commutati in difetti che girano intorno in un modo più vorticoso e pesante di quelle statue di cui già parlava Socrate.

Vi è bisogno, dunque, che l’individuo arrivi a dispiegarsi quale soggetto ovvero che pervenga al punto tale da superare oltre che accettare eventi che dovessero presentarsi ed attenere quindi sia e soprattutto al soggetto di fronte, fatto questo che, con l’universalità che porta con sé, dovrebbe portare a quell’incontro al di là delle particolarità che anche in caso la “controparte” si rivelasse fuori da un tale discorso. Sarebbe, infatti, esso, nella generalità da cui osserva a comprenderle l’altro. Ove tanto non accada il discorso non può che tornare sull’individuo incentrato su particolarità dispiegantesi di fronte ad altre e variamente componentesi per i fattori più vari e al di là stesso di quanto da una società portato e da norme prescritto. Ciascuno vedrebbe ricadere su di sé quanto pure è visto interessare l’altro. In un tale contesto a supportare non sarebbe una ragione ma un intelletto richiamato per ottenere effetti rispondenti a spinte egoistiche o comunque tali da non potere accampare pretese maggiori di altre che ad ogni occorrenza pure puntualmente condannate.

Tanto è constatato accadere prima ancora che a risultare interessata sia una libertà la quale, altresì, intervenendo, senza possibilità di essere compresa, né, al contrario essere sostenuta, al punto da potersi scientificamente dispiegare, non risultando, dunque, in un modo quale che sia ancorata potrebbe stravolgere o annullare lo stesso intero e precario sistema posto in essere. Proprio questa arriva a essere posta all’angolo e, infine, ricacciata o, al contrario, richiamata perché supporti quanto altrettanto individualmente ritenuto legittimo perché posto  in essere ed incentrato su costrutti di parte e tali da presentarsi quale un sistema compiuto o da aprirsi per includere quanto occorra per continuare sgombrando al contempo la strada da quanto ritenuto ostacolare impedendo quella libertà reputata attenere nel modo più sacrosanto possibile quanto ritenuto fare da riferimento e unico da colui che si è legittimato quale esistente e che sta portando avanti il discorso che ha organizzato.

Appare evidente che si tratta di coniugare non i vari termini in modo empirico ma essa libertà determinante il soggetto per una universalità a essa corrispettiva con un impegno assunto che non può risultare altrettanto universale nel momento stesso che risultasse ancorato a fattori particolari quali elementi che venendo meno porterebbero all’annullamento di quello che su essi era stato costruito. A risultare interessata è, dunque, quella apertura caratterizzante esso soggetto nelle stesse relazioni che perviene ad assumere.

Va da sé, quindi, che iniziative o comportamenti che non considerassero l’altro nella sua universalità si troverebbero a fare leva solo su quanto attiene ad un individuo che magari pure ha recepito l’altro per una assunzione magari e però non totale ovverosia in una generalità e soprattutto di comodo poiché incentrata appunto sul proprio sé e su quanto, così come portatore di questo, venuto a dispiegarsi. Ad interagire, fino, all’occorrenza a sostituirsi, sarebbero configurazioni più o meno ampie e ancoraggi su richieste strette ovverosia particolari ed esclusive. Da tanto ad emergere in molti casi sono vite e relazioni.

Allora che una settorialità prenda il posto di quella generalità, solo per la quale il soggetto con l’universalità, la libertà e quanto da una ragione oltre che da una sensibilità portato, a derivare non possono che essere effetti, i quali, così come particolari e dunque limitanti, si dispiegano innanzi ad altri particolari e soprattutto non riconoscendo quanto può rientrare al punto da permettere un incontro. A dispiegarsi, infatti e variamente, al di là di tanto, è ciò attiene a quanto incentrato su un ego o ancora su istinti ed avvertire sparsi nonché più o meno compositi.

Appare evidente che se l’intero discorso si gioca sui sentire propri di ciascuno e non ancora quantomeno sugli affetti, per i quali il riferimento arriva a essere costituito dagli altri, a dispiegarsi sono solo richieste che reclamano di essere esaudite e che non possono, come tali dare spazio a quanto, di fronte, pure chiede di essere ascoltato e spesso risulta addotto come un fatto portante all’incontro e però posto in essere così come particolare. Il discorso si complica fino ad indirizzare ad una risoluzione più marcata allora che quella stessa persona che si era espressa in un rapporto, questo stesso chiude senza ritenere di dovere comunicare alcunché: il sistema ritenuto da valere è quello proprio che con argomentazioni si tenta di legittimare quando non semplicemente ed assolutamente lo si valuti l’unico ed ineccepibile.

Tanto accade allora che si lascia intero spazio a quanto di volta in volta avvertito. Al fine di non soccombere alle particolarità che queste portano propriamente con loro si tratta di impostare le relazioni ad un livello diverso, ovvero generale. Quegli stessi sentire, dunque, non possono non risultare inseriti in una sensibilità e recepiti da quella ragione, entrambe universali per le quali quello di fronte è considerato un soggetto nel quale arriva a trovare spazio, fino a coesistere quanto non può inficiarla.

Solo una volta, dunque, considerati, per essa ragione e per essa sensibilità, gli altri appare possibile porre in essere un qualcosa di specifico che arriva a connotare un esistente quale essere che non urta, appunto, con quanto perviene a configurare un soggetto. Anche nel caso, dunque, più forte e dall’innamoramento rappresentato non può risultare cancellata quella visione generale a sensibilità e ragione rispondente. Una tale tematica è stata affrontata specificamente in Giuseppe Addona, Sensibilità e ragione, Bonanno editore.

Una legittimazione, in ogni caso, non può che derivare dalle possibilità di mantenimento di quanto pure incentrato su esso individuo quale esistente con le esplicazioni che lo caratterizzano. Solo in una tale posizione appaiono trovare spazio quelle stesse effusioni con quel piacere che arrivano a portare con loro e però nella consapevolezza di non essere scisse da una generalità. Queste non possono, comunque, essere viste quali estranee da chicchessia che si trovi a considerare quelli di fronte soggetti e a esso stesso rispondenti come tali. In caso contrario si inserirebbero essi stessi come particolari cessando di essere soggetti. Una volta posta in essere essa generalità appare facile distinguere quanto di particolare, per il resto, pure arriva a presentarsi consentendo, all’occorrenza, di sacrificare quello che è constatato particolare rispetto a quel soggetto dall’universalità portato. Diversa una tale dimensione dallo stesso discorso costituito da un sistema nel quale si convenisse. Se da questo possono essere desunti i termini pure esso, derivando da particolarità, non potrebbe, in ultimo, che a queste rispondere diversamente, dunque, da quella dimensione da una ragione e da una sensibilità costituita, le quali si esplicano come contenuto e forma insieme ovvero si dispiegano come universalità che si esprime come realtà. Essa universalità, formalmente avvertita, si esplica come pratica nella modalità, appunto, categorica, per quanto concerne la ragione così come già da Kant colta e, possiamo aggiungere, rappresentante un tutt’uno per essa sensibilità che recepisce quanto rileva specificamente come proprio. L’altro, per questa, infatti, non rappresenta un estraneo ma quanto a essa inerente.

Se il ritenere, infatti, in un apparato dispiegato, che specificità possano sussistere appare più facile poiché a risultare delineati sono i riferimenti, pure per il resto, proprio questi vanno ad interrompere essa universalità che si esprime come forma generale da una ragione posta in essere e quindi come sensibilità, le quali, aperte per la stessa disposizione, non trovano limiti esplicandosi puntualmente per la generalità a loro propria.

Quanto, in caso diverso, può risultare valido in un sottogruppo si trova a dipendere solo dal fatto che esso gruppo maggiore non ne risenta perché soprattutto lasciato a rapporti ritenuti personali tra cittadini e però tali da non inficiare il sistema in essere. Appare trattarsi, in ultimo, di sintesi e di compromessi inclusi in esso sistema e però non invalidanti questo stesso. Tanto però appare rappresentare un’isola che è vista infrangersi non appena ad intervenire siano elementi, appunto, dirompenti. Le relazioni, infatti, non possono essere confinate al sottogruppo né mantenersi su termini non portanti nel discorso più largo.

Se in un siffatto discorso si trovano a rientrare le stesse modalità per le quali quanto esplicato non urti con i soggetti diversa è tuttavia la validità che ne consegue e soprattutto interamente differente quel sostegno che, all’occorrenza rende veramente liberi quelli di fronte perché è lasciato loro quello spazio dall’universalità portato. Nell’altro caso a garantire è chiamato il sistema dal quale non sono escluse esse particolarità che a volte si sovrappongono ed altre reclamano una indipendenza posta in essere contro esso stesso intero sistema.

Da considerare è altresì propriamente il fatto che non appena qualcuno si ponga per difendere quello che reputa un bene acquisito e tuttavia sottraibile si dispone già per tanto a quella lotta che magari non arriva a dispiegarsi, al momento almeno, e per le motivazioni che a uno stato rinviano e che si presenta con una sua forza in vari termini espressa, ovvero a quella guerra da condursi con altre armi o solo trasferita affidandosi a quegli strumenti ritenuti tali da non impegnare esse leggi o evaderle.

Senza addentrarci in esempi dei quali sono piene le rappresentazioni teatrali e le letterature riguardanti personaggi grotteschi, poiché visti lottare costantemente contro possibili eventi senza potere trovare tranquillità e brancolando dunque in un buio e particolare e tanto distanti da quanto ritenuto effettivo dal resto della comunità, al punto da suscitare ilarità, appare che sia tanto che situazioni meno drammatiche ritenute da un senso comune o da una voce di popolo ma comunque effettive e che tanti segni lasciano in una società, ancorché non sia vista immediatamente lacerata, possano risultare allontanate solo in quella dimensione universale ed intersoggettiva nella quale procedere senza che altro riferimento possa prendere quel posto. Solo in essa universalità, dunque, non vi è da temere alcunché poiché, se essa dipende per gli effetti pratici da ciascun componente in essa società, per il resto, non può essere sottratta perché a dispiegarsi o sono soggetti universali che quella non inficiano ma sostengono per la propria parte o individui che, come tali, possono anche portare via con la forza o con altri mezzi qualcosa non però quell’universale annullare. Questo, come tale, non può essere sottratto anche se in questo caso una pratica non è vista corrispondere, così quale un fatto sensibile ed effettivo, che pure potrebbe e dovrebbe risultare associato a quella universalità. Ancora una volta, nel momento stesso che tanto si avveri, a dispiegarsi sarebbero esse particolarità approdate o meno sistemi ristretti o contraddittori.  Essa universalità se non può risultare distrutta poiché non dipende da tanto pure si presenta impossibilitata a relazionarsi intersoggettivamente con coloro che si pongono fuori e azioni contrarie producono. Essa formalità, per quanto si dispone fuori o si proietta contro, risulta impossibilitata, così come è costretta a constatare, a coniugarsi.


Composizioni poetiche e intelletto

Sembrerebbe che colui che compone non debba avere già presente quanto, via via, giungerà a delinearsi. Solo esprimendo, infatti, la sensibilità che arriva nei vari momenti a dispiegarsi pone in essere quel mondo “composito”.

Quanto avvertito, tuttavia, ciascuna volta, come universale pure arriva ad associarsi ulteriormente per costituire una dimensione nella quale le stesse sensazioni arrivano a rappresentare elementi di un discorso unico che si protende per poi chiudersi in quel mondo così come venuto a delinearsi.

La differenza con una ragione, esprimente una universalità, appare data dal fatto che questa non si lascia dietro termini poiché, non appena in essere, si dispiegano come la realtà stessa di essa. Anche un tempo, con quanto questo porta con sé, ovverosia con gli elementi che arrivano a fare da base, risulta annullato in quel presente ritenuto universalmente valido. Ciò stesso che prima risultava effettivo rientra per quel riconoscimento che, specificamente, in quanto analitico, porta a risolvere quegli elementi, che siano, altresì, recepiti o allontanati propriamente per il fatto di non trovare posto in quella validità generale espressa. Non sono, in questo caso, dunque, i passaggi a rappresentare una dimensione ma quanto arriva a essere individuato in quei termini universali portanti per se stessi.

Essa non fa leva su elementi al punto da potersi proiettare oltre come accade a una poetica. Giunge, infatti, a rappresentare un tutt’uno fino a configurare essa realtà che, anche allora che risulti superata da altra non va a fare da base ad una composizione poiché, per quella universalità che possiamo ritenere in atto, quanto constatato non più effettivo scompare, infatti, alla luce della nuova considerazione e ciò che invece tale risulta non va a comporsi ma ad esprimersi interamente. Ciò che perviene a legarsi, perché incentrato su una sensibilità, pure non può, dopo il dinamismo prodotto, che lasciare spazio alla generalità e all’apertura che essa caratterizzano. Ove tanto non accadesse quella non risulterebbe condizione e realtà ma si troverebbe a dipendere da quanto fornito in una composizione. Questa, dunque, per esaltante che possa risultare, per quello, appunto, che arriva a configurare e ad offrire, non può sostituire essa universalità caratterizzante essa sensibilità. Questa, richiamata e confluente nella dimensione che arriva a dispiegarsi, non perviene ad essere bloccata, rappresentando una realtà universale che apertamente si rivolge a tutto ciò che, in un modo quale che sia, giunge a rientrare. Non sono diverse così, quanto ad effettività da essa sensibilità portata, una mirabile composizione poetica o la notizia di un qualcosa che richiama una umanità in termini ancora universali. Recepire una madre che si applica per il suo piccolo fino a far diventare proprio uno stato che non appartiene più singolarmente ad alcuno non muove meno di un accordo meraviglioso di note musicali o di iperboli e contrappunti con aperture e chiusure nonché diversificate prodotte da un sonetto. In un caso essa sensibilità appare “solo” richiamata e nell’altro muoversi in quella che possiamo ritenere una autonomia pronta a dispiegarsi e a recepire una universalità facendo propri i termini che arrivano a configurarsi seguendoli propriamente in quel loro dinamismo che spesso giunge ad affascinare. Proprio una tale sensibilità arriva a dispiegarsi nella sua consistenza a prescindere da quanto organizzato o anche semplicemente fornito, differenza questa per la quale risultano, da un lato l’arte classica e dall’altro quel romanticismo ritenuto solo esprimere quanto di più alto e generale avvertito. Essa sensibilità è vista, dunque, associarsi ma non per restare ancorché partecipi al punto da sembrare di tenere interamente il campo. Accade a essa, dopo la relazione per la quale si compenetra, quanto avviene alla ragione che essa universalità immediatamente e senza frapposizione alcuna pone in essere. Prima, infatti, di coniugarsi con essa sensibilità recepisce, così come attività, quello stesso dispiegamento in essa dimensione che è arrivata a prodursi e che si dice poetica. Avanti che tanto accada, dunque, la sensibilità giunge a porre in essere essa realtà così come venuta a configurarsi e che, al di là di una consapevolezza, che tuttavia si ritira, al momento, in disparte, non appare lasciare spazio alcuno se non al rilevamento di elementi così come venuti a comporsi fino a dispiegarsi in una unità che non considera né ammette altro.

Essa, che recepisce, dunque, anche per un intelletto, il quale interviene appunto per individuare o anche collocare ulteriormente i termini così come proposti e che arriva a confluire nella dimensione prodotta, fino a sentirsi parte integrante di quell’universalità, pure non si trova a dipendere da tanto poiché è vista sottostare alla stessa poetica posta in essere.

mercoledì 9 dicembre 2020

A proposito di Romanzi!


Molto dell'individualismo contemporaneo si trova a essere potenziato, se non prodotto in larga parte, da tanti romanzi, nei quali vi è un qualcosa di effettivo che di quello risulta corrispettivo. Tali proposte, pur muovendo da una sensibilità del protagonista al quale il lettore si associa e partecipando alle vicende a questo accadute, giungono a presentare l'antagonista/gli antagonisti, come diversi e cattivi, ai quali non solo bisogna resistere, ma anche prepararsi per muovere loro guerra. Una volta individuato il “nemico”, infatti, il protagonista pensa di essere il giustiziere impersonando il giusto per eccellenza, ma di fatto, crea una barriera tra lui e l'altro. Essendo stato prodotto un tale spartiacque, ne consegue che a prendere corpo è quella diversità che arriva ad essere configurata da coloro che stanno dall’altra parte del muro che è stato eretto e proprio per tanto non accettata. Proprio una siffatta mentalità appare collocarsi dopo che sono stati dimenticati, ammesso che siano stati un tempo considerati, termini dai quali sembrava che legittimamente dovesse emergere quella valutazione derivante da un'impostazione personale. È questa, dopo che è divenuta da particolare assoluta a prendere il posto di quella intersoggettiva. Proprio per questa, dunque, la visuale deve essere ripresa, non restando fissata solo su taluni fattori oscurando altri elementi. Una persona che aspiri a diventare soggetto e per una ragione e una sensibilità generale riconosciuta è quella dunque, che si propone al di là di quella visuale di parte.

A fare la differenza è proprio l'indagine filosofica, ovvero l’applicazione di quella critica, che non si ferma a recepire restando ancorata ad un solo punto di vista. Da considerare è, altresì, la non compenetrazione e la non riconduzione di quanto velocemente e superficialmente prospettato che arriva così ad occupare quella che possiamo anche ritenere una psiche. Proprio in una siffatta impostazione si annidano quegli errori che passano come effettività, perché non controllati. Se non si riescono a rilevare taluni errori nascosti o anche volutamente camuffati, questi verranno assimilati, giungendo a formare la personalità, inconsapevolmente, e quindi in maniera errata. Si tratta, dunque, di saper leggere quanto proposto. In caso contrario, è meglio non bere ad una tale fonte. Allora che avvelenata o non salubre all'origine anziché dissetare si rivela dannosa fino a potere risultare esiziale. Meglio non sapere leggere che non sapere tradurre. Un tale passaggio arriva, comunque, ad essere superato dai messaggi su larga scala che non richiedono nemmeno l’acquisizione di un codice scritto. Un tale discorso rappresenta il corrispettivo potenziato di una erudizione. Per questa, infatti, a essere ritenuti sono fatti stimati rappresentativi di una realtà non da indagare poiché non alcunché è stimato potere essere al di là di quanto meccanicamente immagazzinato. Viene, anche in questo caso, fatto proprio tutto quello che non è stato valutato. Ove infatti, non si risalisse ai termini della proposta, questi risulterebbero semplicemente assunti, producendo i propri deleteri effetti, non emergendo, infatti, nella loro provenienza e, dunque, nella loro delineazione così che una validità possa emergere fino ad ulteriore prova contraria. Emblematico al riguardo si configura un esempio rappresentato da un’autrice che presentando un suo romanzo ambientato in Germania la cui protagonista era una operaia italiana che veniva puntualmente rimproverata in modo pesante e con espressioni offensive da una che svolgeva mansioni di controllo trova ad un certo punto la forza per riscattarsi essendosi appropriata di una piccola parte di esso codice linguistico a lei non noto e che pertanto la faceva sentire ancorr più emarginata. Fatto è che dopo numerosi richiami uno le fu sbattuto addosso una mattina in cui arriva in ritardo al lavoro per essere scesa dall’autobus ed essere caduta su un mucchio di neve ed essendosi, così come dichiarato inzuppata d’acqua. Il pubblico a questo punto non può che stare dalla parte della “poverina” la quale in quelle condizioni doveva sentirsi dire ancora una volta, di portare avanti azioni poco simpatiche su una parte del corpo di quella che non ripeto e perché cito a memoria e per il fatto di aver trovato già a suo tempo volgare. Tanto non vuole rappresentare un perbenismo poiché quanto accade sia in quella che è ritenuta una natura che in una società deve essere, come tale, rilevato. Se una tale espressione non può che farci prendere le difese della offesa pure non si può non considerare che colei che rimproverava pure arrivava puntuale sul posto di lavoro. I numerosi ritardi della protagonista appaiono così risultare tralasciati. Proprio tali omissioni arrivano a dare la differenza tra una cultura critica, dalla filosofia e da una logica portata, e un bere a sazietà fino a diventare secchioni. Ai miei alunni tra gli argomenti di educazione civica è affrontato il ritardo. Ove non fosse possibile convenire all’orario stabilito a perdere una parte di lezione sarebbero gli alunni non presenti. Allora che il professore aspettasse a perderci sarebbero gli alunni puntuali in aula che vedrebbero dispiegare un tempo passato inutilmente. Ancora più emblematico il caso dei viaggi di istruzione. Alcuni alunni che procedessero puntualmente nei loro comodi avrebbero fatto alzare inutilmente tutti gli altri seduti negli autobus ad aspettare. Non si tratta di casi derivanti da forza maggiore e rappresentanti eventi eccezionali per i quali a valere è un discorso che tanto prende in considerazione poiché all’uomo non si richiede di essere una macchina o di potere comandare a tutte le circostanze ma solo di fare tutto quanto possibile considerando gli altri soggetti come o ancor più del proprio se stesso.     

Fare critica, dunque, non solo appare altrettanto importante che documentarsi ma addirittura risulta il lavoro primario da portare avanti. Nel caso in cui non si procedesse ad una individuazione valutata, si resterebbe sotto la notizia con il danno che deriva dalla produzione artefatta, soprattutto, per ottenere effetti o anche ove tanto non si desse i risultati si troverebbero a dipendere da proposte già all’origine non filtrate o di parte perché molto limitato risulta l’’angolo di osservazione benché per questo ad emergere siano quelle sfaccettature che spesso allettano perché si scopre di rientrare in un mondo al quale in precedenza non era stato dato spazio.


Il pensiero libero.

Ad un’analisi condotta su alcune esplicazioni sembrerebbe che il pensiero, possa essere distinto in libero e non-libero. Ammesso che un tale rilievo possa risultare effettivo non possiamo non chiederci in cosa consistano le operazioni portate avanti con quello che noi chiamiamo pensiero. A questo proposito è il caso di richiamare quanto rilevato da Mauro Maldonato il quale, nel suo lavoro Quando decidiamo siamo attori consapevoli o macchine biologiche? Giunti editore, si pone il problema che investe in pieno esso pensiero. Non sappiamo infatti a cosa approderà. Si tratta di un’elaborazione in corso che fa leva su elementi noti per approdare a termini non noti. È questa quell’intelligenza che appare non poter essere sostituita da quella artificiale come Nino B. Cocchiarella ha fatto, emblematicamente, emergere in un suo lavoro a riguardo. Proprio quel quid appare rappresentare esso pensiero come attività dalla quale si trovano a derivare sistemi quali che siano. A riguardo si rinvia anche al mio lavoro Conoscenza e ragione Edimedia. Recuperato, quando non assunto, il pensiero in siffatti termini abbiamo ancora la necessità di definire che cosa può essere considerato libero e cosa no, fatto questo che rimette in discussione quanto già ritenuto.

Di norma, si ritiene libero ciò che non è vincolato. Eppure senza condizioni, ovvero in assenza di relazioni, come che arrivino a dispiegarsi, sembrerebbe che non alcunché possa emergere. La stessa libertà risulta tale solo allora che può rendere ‘’ragione di se stessa’’, quando non semplicemente connotarsi come lo sganciarsi da qualcosa, non risultando, appunto a questo vincolato colui che agisce. Valgano, tuttavia, per la considerazione di essa libertà almeno le riflessioni di Kant e che chi scrive ha elaborato, specificamente, nel lavoro La determinazione sociale dell’individuo, Edimedia.

Il pensiero, dunque, anche allora che non risulta ricalchi da quello di altri e, in primo luogo allorquando da costoro non manomesso, non può non incardinarsi su quegli elementi dai quali il sistema arriva, consapevolmente, a essere sostenuto. Non si tratta, dunque, di assumere un vero, portato da pensieri indotti, né da immagini e nemmeno da idee che siano viste appartenerci magari da sempre. Queste stesse non possono rappresentare il nostro essere ovvero l’essere peculiare dell’uomo che perviene a riconoscersi e a posizionarsi per esso pensiero nel momento stesso che questo si dispiega per quella universalità, fatto questo che significa che in questa possa rientrare ogni elemento che non lo contraddica, anzi venga a sostenerlo in quello che, così come generalità, arriva a porre in essere: quanto non razionalmente sostenibile, infatti, il pensiero rigetta. Noi sappiamo, dunque, di essere per ciò che non può essere contraddetto o, in positivo, per quanto può sembrare più vero, per dirla con Socrate, o per quello che solo può risultare dopo che tutto è stato messo in dubbio, fatto questo che ha rappresentato la grande conquista di Cartesio che ha dato avvio alla moderna filosofia.

Volendo procedere oltre nel concreto, fatto questo che sta ad indicare che le operazioni filosofiche non rappresentano un girovagare nel fatuo quando non nel nulla, come da taluni magari ancora ritenuto, ma proprio il tentativo di fare emergere quanto interessa l’esistente pensante con i problemi che lo investono, notiamo che per avere un pensiero libero appare necessario non solo spogliarsi degli ‘’errori dell’intelletto’’, emblematico, al riguardo, risulta il contributo di Bacone, anche a costo di mettere in dubbio persino l’esistenza ontologica del mondo e di se stessi, valgano per tanto le moderne concezioni e affidarsi al coraggio di pensare e di riferire gli elementi emersi: “Sapere aude!”, cioè di spezzare le catene della mente per andare oltre, ma soprattutto per trovare con il pensiero gli altri e quanto questi portano con il proprio pensiero. Se era questo il motto dell’illuminismo, grazie al quale veniva celebrata l’indipendenza, tradotta anche in campo filosofico, che accantonerà il dogmatismo e il nozionismo medievale che impedivano il progredire della cultura e soprattutto del pensiero umano, certo non possiamo non tendere a focalizzare quei termini portanti, solo per i quali appare possibile, se non trovare la verità, quantomeno incontrarsi in un’umanità che rappresenta l’approdo ultimo al quale una conoscenza tende.

Esso pensiero sembrerebbe riconoscersi come attività intellettiva che si applica su termini e riferimenti e che però si rileva non esaurirsi in tanto poiché, indietreggiando, risulta possibile a esso cogliersi in quel suo mostrarsi così come attività che non operando ancora su alcunché aveva già portato Kant a ritenerlo puro. Esso è consapevole di potere dispiegarsi dunque al di là degli stessi elementi che relaziona. Un tale configurarsi sembrerebbe portare con sé una libertà che tuttavia per esprimersi necessita di termini sui quali essere riconosciuta applicata. Appare trattarsi propriamente di essa attività che riesce a distinguersi da quanto, ancora per essa, pensato e nei termini portanti ovvero per un sistema scientifico posto in essere o per accostamenti empirici, in una siffatta modalità rilevati, oltre che per quanto resta dopo le stesse operazioni astrattive al di là delle quali si pone ancora esso pensiero per cercare ulteriormente quanto possa apparire e partecipare del discorso in essere. L’argomento è stato affrontato in Giuseppe Addona Conoscenza e ragione Edimedia liberamente consultabile sul sito dell’autore.

È proprio la filosofia, infatti, che come ricerca del fondamento posta in essere da esso pensiero che potrà fornire quelle condizioni che liberamente si concretizzano sulle quali costruire e ritrovarsi quindi con gli altri ancorché in un sistema aperto. Da questo momento in poi potrà prendere corpo quel pensiero libero che criticamente si spinge innanzi senza lasciare dietro di sé il vuoto ancorché alla luce di quanto emerge possa risultare modificato parte di quanto fino al momento ritenuto. A fare da base è tuttavia ancora quell’attività per la quale il soggetto riconosce se stesso ed è dagli altri riconosciuto nella stessa dinamicità degli eventi che sono venuti a dispiegarsi e però non al punto che il tutto sia da rifondare poiché a fare da base è ancora essa attività che non può essere consumata per quanto giunge a rappresentare in quella sua universalità aperta. Per questa, infatti, continuamente può essere sussunto altro senza che a scomparire sia essa come tale, rappresentando, appunto, la condizione dei vari recepire e dei termini conoscitivi approntati. Nemmeno per questi, ciascuna volta, risulta fissata poiché consapevole che altro e diverso possa ancora dispiegarsi, fatto questo che aveva portato già Socrate a ritenere di dovere continuamente cercare essa verità e al punto che non alcunché potesse essere affidato allo scritto, al quale non è dato di esprimere quell’altro così come emergente da essa indagine. Una tale attività si riconosce e si propone comunque come ragione in quella universalità aperta con i termini che la identificano nelle varie configurazioni che va a produrre. Essa, non scissa da queste, pure non si esaurisce in queste e si dispiega nei termini comuni a quegli esseri che, razionali, similmente quella esprimono a cominciare dall’identità da ricostruire sulla quale risulta incentrata l’intera logica, di essa propriamente e del soggetto corrispettiva ancorché nemmeno questa da ritenersi immobile e però sostenuta ancora da essa attività, la quale si dispone in essa universalità sia teoretica che pratica a livello, questa, soggettivo esprimente quella morale categorica e formale da Kant ritracciata. L’analisi del mondo esterno non risulta, altresì, scissa da quel ‘’conosci te stesso’’ che da Socrate in poi tanta strada avrebbe dovuto percorrere senza alquante o molte interruzioni da parte di chi si è presentato e ancora si dispone con la propria verità infusa espressa in quell’individualismo destinato a venire in contrasto con altri. Se le esperienze dell’esistente sono da mantenere, così come costitutive di una vita vissuta, pure non possono non essere integrate da quella riflessione e da quei confronti per i quali si può pervenire a quel discorso più ampio che all’orizzonte tende a configurarsi come universalità nella quale incontrare gli altri e vedersi nello stesso tempo riconosciute le proprie produzioni che sono viste reggere a quel sistema che possiamo ritenere umano.  Proprio quanto risultante da essa attività razionale ovverosia da esso pensiero che elabora e riconduce arriva a legittimare una stessa esistenza che non può, alla luce di essa considerazione universale, pretendere di restare semplicemente tale ovvero di continuare a produrre effetti da particolarità derivanti. A dispiegarsi, in questo caso sarebbero solo individualità contro o anche associate per una parte di un percorso che però non potrebbero pretendere di evitare l’urto con altre. Risultati si troverebbero a discendere da una commistione non universalmente legittimante. Un pensiero libero, dunque, si trova, nel caso che riguarda l’uomo con un suo essere, a fare leva su essa universalità fondante e nel caso che a risultare interessati siano i termini che giunge a percepire come esterni esso si riconosce rispetto a ciò che arriva a relazionare facendo leva su termini recepiti e che arrivano a fare da base senza tuttavia restare in essi conchiuso. Proprio per tanto arriva a riconoscere una sua libertà. Esso, che scientificamente non può che procedere sui termini che una tale conoscenza caratterizzano, pure riesce a trovare uno spazio al di là di tanto stesso e che pure è pervenuto a disporre.  

Una libertà posta in essere al di là di tanto può solo rappresentare una fuoriuscita incentrata su sensazioni ovvero su quanto spingendo da un lato arriva a essere sostituito da quanto magari maggiormente aggradi conducendo a quella non dimensione nella quale a darsi non può essere un soggetto poiché un riconoscimento può essere prodotto solo in negativo per quanto arriva a essere superato e in positivo per quanto comunque perviene a dispiegarsi senza possibilità di potere essere compreso.  Un qualcosa di non molto diverso accadde alle varie libertà che storicamente si sono prodotte e, quindi, incentrate su termini portati da una società che non era pervenuta a fondarla perché non corrispettiva di quel pensiero dispiegantesi in essi termini universali. Si è trattato così dii sostituzioni di termini dei quali alquanti avvertivano il gravame con quanto reputato potere appagare e però ancora fattori emergenti in essi termini particolari.

Proprio di fronte a quella che può essere ritenuta, di volta in volta, una degenerazione di quella libertà, che tale non risultava nella sua universalità e fondante, si era elevata quella stessa dall’illuminismo invocata e in parte conquistata e che però non era pervenuta a cogliere quel fondamento che troverà con Kant. La grande operazione portata avanti da questo filosofo non sembra tuttavia essere bastata poiché a continuare da parte di tanti è, da un lato, una ignoranza al riguardo e, dall’altro, a spingere sono ancora esse motivazioni esistenziali che trovano il loro coronamento in un individualismo nonché di massa. Si tratta di interrogarsi liberamente ovvero senza muovere da posizionamenti ad un Io rispondenti, quando non addirittura ad impulsi vari e varianti al punto che dalla considerazione di esso soggetto possa procedere poi quel pensiero logicamente e scientificamente vincolato sui termini, questa volta, universali, posti a fondamento. Questo arriva ad essere espresso da quella libertà primaria da esso pensiero posta in essere costitutiva di quel soggetto che insieme agli altri possa proiettare al di là di quel in quel vicolo cieco ancorché per alcuni tratti appagante nonché magari arricchito o forse solo gonfiato con tanti elementi derivanti da un’acquisizione libresca o soprattutto dagli invadenti e non valutati mezzi di comunicazione di massa.

Libertà, dunque, non come un distaccarsi da tutto ciò che non arriva a piacere, poiché tanto è visto rispondere, di volta in volta, a sensazioni particolari, al di là delle quali a dispiegarsi, spesso se non sempre, è anche un niente, e che pure è vista rappresentare quella indipendenza di spirito alla quale credono di partecipare o che addirittura reputano di produrre coloro che altro non fanno che proiettare quel proprio sé empirico o particolare che tende a calpestare chiunque incontri sulla propria strada, fermo restante che da questi stessi ci si aspetti quella legittimazione della quale pure si avverte il bisogno.

Il bruto esiste ancora oggi? Come attualizzare la morale di Kant.

Analizzando il seguente passo di Kant, riguardante la legge morale, all'interno della Critica della ragione pura pratica: “La prima veduta, [il cielo stellato] di un insieme innumerabile di mondi, annienta, per così dire, la mia importanza di “creatura animale”, che dovrà restituire la materia di cui è fatta al pianeta (un semplice punto nell'universo), dopo essere stata dotata per breve tempo (non si sa come) di forza vitale. La seconda, [la legge morale] al contrario, innalza infinitamente il mio valore, come valore di una “intelligenza”, in grazia della mia personalità, in cui la legge morale mi rivela una vita indipendente dall'animalità, e perfino dall'intero mondo sensibile: almeno per quel che si può desumere dalla destinazione finale della mia esistenza in virtù di questa legge; la quale destinazione non è limitata alle condizioni e ai confini di questa vita, ma va all'infinito.”, potremmo pervenire ad una definizione di “nobile”, ricavabile, per converso, altresì, da quella di “bruto”, “canaglia”, termini questi che vanno ben oltre quelli di uomo rozzo, limitato nei modi, che non ha il senso dell'altro, magari individualista, che tende ad essere violento ed aggressivo e, relazionandosi con una persona, non ne percepisce l’essere più peculiare costituito propriamente dal rappresentare una identità universale e di fronte. 

Il “nobile”, dunque, da intendersi come un soggetto non limitato in alcun modo, il quale, per usare ancora le parole di Kant, si eleva INFINITAMENTE, che si distingue dagli animali per la ragione (che un non filosofo potrebbe definire in modo ancora non adeguato come intelligenza) e riesce non solo a contenere ma a far soggiacere i propri istinti, sacrificando quindi quelle che arrivano a concretizzarsi come richieste che potrebbero portare ad un proprio e particolare utile. Il bruto, ovverosia l’individualista, invece non riesce ad elevarsi ad un piano più generale nel quale l’altro possa essere ritrovato ed agisce mosso unicamente da passioni ed impulsi soprattutto primordiali, i quali possono spingere anche alla violenza più marcata. Da considerare non estranei a tanto quegli stessi che non si proiettano contro per ottenere e però solo per un timore o anche per motivazioni subentrate fino a costituire una psiche che alla prima occorrenza può dispiegarsi diversamente per fattori intervenuti. Non diverso, dunque, il discorso che si configura allora che a fare il suo ingresso sia una paura, la quale giunge sia a trattenere da azioni che possano mettere a rischio la vita di un tale esistente che a prendere il posto di quella generalità che contraddistingue il soggetto che si dispiega rispetto ai particolarismi utilitaristici. Un siffatto comportamento difensivo si configura, infatti, sulla stessa linea benché arrivi a svolgersi in una direzione che possiamo ritenere opposta a quella additata dalla volontà che insegue interessi in positivo. Allora, comunque, che essa preoccupazione invada l’esistente costui tende a conservarsi sacrificando ogni cosa che venga a prospettarsi di fronte. L’azione eroica invece, che possiamo ritenere quale corrispettiva di una “nobiltà”, sacrifica appunto quanto l’altra pone in essere a tutela ovverosia a conservazione di esso esistente. 

Il non posizionarsi, quindi, esclusivamente da uomo-animale proietta il soggetto verso quel comportamento che può essere detto sia eroico che nobile. Chi si sente investito da una tale spinta universale, per usare ancora la scoperta kantiana, si sforza di superare quella paura per la quale si abbasserebbe da soggetto ad esistente particolare. Sia in pace dunque che allora che, purtroppo, si trovavano in guerra o in altre situazioni pericolose coloro che avvertivano quell’imperativo categorico kantiano, non arrivavano ad anteporre la paura a ciò che ritenevano da doversi esprimere in quanto valido universalmente. Si trattava di muoversi quali soggetti o di annullarsi propriamente in quanto tali.

Con quanto espresso in questo passo, dunque, Kant arriva ad individuare scientificamente il percorso possibile ad un soggetto che per secoli era stato, ancorché potentemente posto in essere da alquanti, non individuato scientificamente ma ritenuto attenere ad una nobiltà. L’importanza di essa critica emerge, non fosse che solo per il discorso da noi affrontato, dal fatto che è risultato dimostrato scientificamente ovvero in un sistema ancorato su una effettività da una universalità costituita quanto pure da tanti espresso ancorché attribuendo tali azioni ad una eroicità denotativa di una nobiltà di animo quando non rispondente ad uno status dato dalla discendenza per la quale gli appartenenti ad alcune famiglie erano ritenuti “diversi” da quelli che si comportavano solo in funzione della propria esistenza, meritandosi, sicuramente esageratamente, l’appellativo di “canaglia”. Quei cani infatti che, abbandonati, arrivano a formare un gruppo, si tuffano sulla preda sapendo che da tanto dipende la loro sopravvivenza non disponendo di altro e avendo digiunato per giorni.

 Da quanto emerso appare possibile constatare l’importanza di uno studio sulla morale e di quanto a questa attinente così come prassi. La riconduzione di una tale prassi arriva a recuperare quanto alcuni sono andati, via via, ad appropriarsi fino a posizionarsi quali elementi derivanti da tali fatti spesso enucleati da una stessa storicità e, comunque, additati da tutti coloro che si sono trovati a respirare una tale cultura. Si tratta, dunque, di individuare i termini portanti di esse azioni quali che siano, le quali, in caso diverso, possono dipendere più o meno semplicemente da istinti o conformazioni ovvero da una mentalità anche meccanicamente venuta a costituirsi con quanto di non valido un operato non valutato può portare con sé.

Muoviamo da un esempio: Nel caso in cui una persona si trovasse in pericolo, il “bruto” preso in considerazione non si accingerebbe a salvarla dando la precedenza alla propria vita o anche solo alle proprie comodità. Diverso il discorso che riguarda colui che avverte la spinta che caratterizza il dovere e che si proietta in quell’universalità. Per questa, prima ancora di ogni considerazione di ordine teoretico, quale potrebbe risultare il sacrificio di sé pur di salvare la propria famiglia o più specificamente i figli così che per la vita di questi, nella quale reputi in parte almeno di continuare, sacrifichi la propria, un tale soggetto supera esso esistente, limitato e “minimale” ovvero si presenta al di là di questo come soggetto che si riconosce in essa universalità di fronte alla quale, a cessare è essa particolarità dall’esistente rappresentata. Proprio tanto arriva a prendere corpo rispetto allo stesso sistema per il quale un antico nobile anteponeva la dignità a quel proprio sé da intendersi anche non limitato al solo empirico corrispettivo di una esistenza.

La morale, al di là, dunque, delle concretizzazioni storicamente assunte passa anche o soprattutto attraverso il sacrificio di quanto potrebbe risultare giovevole al singolo. Essa dipende dalla tensione ovverosia dallo scarto che viene a crearsi tra i propri vantaggi ai quali risulta anteposto, se non ancora l’universale, il sistema. Diversa la validità di un dono di dieci euro ad un povero da parte di un ricco o di qualcuno per il quale una tale cifra non risultasse ininfluente. A quello non deriverebbe quasi effetto alcuno diversamente che all’altro il quale dovrebbe privarsi di qualcosa. Proprio perché l’altro aliena una somma che non incide minimamente sulle sue esigenze il suo gesto, benché da apprezzare, non può essere considerato a rigore “morale”.

Possiamo, infine, ritenere di avere trovato due distinti operati: quello rispondente all’animale (biologico), ossia a un vivere in risposta ai propri stimoli o comunque, nel caso così come contemplato da Kant, un granello da “restituire nuovamente al pianeta la materia con la quale è stato formato” e l’altro quasi opposto portato dalla morale, per il quale si manifesta quell’universalità che convoglia l’uomo fino ad inserirsi nell’intero universo, non potendosi quand’anche lo volesse, considerarsi inferiore.

Cerchiamo ora di attualizzare: possiamo ritrovare ancora oggi le figure del bruto e del nobile? Affidiamo una tale riflessione ai giovani che abbiano potuto osservare fatti al riguardo sia relativamente a comportamenti di coetanei che di adulti.

Anche questo processo può essere definito cultura, al di là dello stesso recupero della realtà individuata oltre la trasfigurazione classica.

 

lezione del prof. Addona riportata da chiara De Mizio, Ic

La matematica come convinzione.

Portare avanti un discorso riguardante la matematica significa, in primo luogo, muovere dalla individuazione di esso numero che quella, primamente, rappresenta e quindi passare alla definizione dei funtori che usa, a cominciare dal più e dal suo corrispettivo opposto il meno e quindi dalla moltiplicazione e dal suo inverso dalla divisione costituito, il tutto incentrato su una identità da ricostruire data da una uguaglianza.

Alcuni ritengono che il numero sia un ente reale razionale. Se con essa quantità si intendono elementi di un mondo allora esso numero non può essere ritenuto reale. Diverso i discorso non appena a risultare interessata sia già una astrazione. Allora, invece, che reputato razionale si troverebbe ad essere posto in essere da una ragione quale un suo elemento. Benché richiamante sia una esperienza che essa ragione appare da intendersi piuttosto quale un ente convenzionale adoperato dalla comunità per esprimere un concetto intersoggettivo rappresentativo di una quantità data, appunto, da un numero che giunge, altresì, a ripetersi in una serie, dopo magari essere stato rilevato in una associazione empirica dalla quale si è poi staccato per procedere autonomamente nella significazione fornita ad esso da quello che è arrivato a configurarsi quale un sistema. La matematica è diventata scienza, possiamo, ritenere, nel momento stesso che è stata prodotta la serie muovendo dall’uno che sommato a se stesso ogni volta ha ricevuto un nome così che è stato possibile pervenire a riscontri suffragati anche dall’operazione contraria.

Si perviene in esso ambito dunque alla certezza che ciò che è identificato con quello che è detto numero tre sia equivalente a quella determinata quantità non solo così come configurata ma quale ottenibile dalla regola stessa valida in esso sistema posto in essere. Non, dunque, un qualcosa di assoluto, ché di questo nulla può dirsi, ovvero non alcuna predicazione, la quale riposa, infatti, su altro, per essere prodotta, ma un riconoscimento intersoggettivo ovvero esso qualcosa, così come quantità, che voglia anche essere stimata razionale nonché reale, ritenuto valido da alquanti e quindi per tutti gli esseri razionali non appena pervenuti a recepire quell’impianto costituito risultante tale per una comunicazione.

Esso sistema comunque non può essere assunto quale traduttivo di una natura e meno che mai di un universo. Una tale costruzione, infatti, così come pensata non può pretendere di risultare corrispettiva di un qualcosa, il quale, così come esterno, non arriva a essere conosciuto negli stessi termini. Ricordo a proposito un famoso professore di matematica di una prestigiosa università che si scandalizzava del fatto che osservazioni o, più specificamente, esperimenti non fossero interamente collocabili in leggi matematiche. A scandalizzarmi ero io e al contrario allora che alle elementari non riuscivo a concepire che la lunghezza di un tavolo potesse corrispondere esattamente ad un numero. Forse solo una magia, benché giammai richiamata, avrebbe potuto fare in modo che tanto accadesse.

Compiendo un esperimento, la scienza moderna approda ad una formula matematica per pervenire ad una disposizione rintracciabile di essi termini appunto perché misurati nonché in una relazione. Con un tale apparato ci si accinge, altresì, a recepire un procedimento. Appare impossibile che la realtà possa essere letta interamente con gli strumenti dalla matematica approntati. La misurazione, infatti, non rappresenta altro che un sistema che si approccia ad un altro sistema nemmeno tuttavia pensabile già come tale.

Allora, altresì, che usiamo un sistema decimale non potremo che ottenere risultati da questo dipendenti, ad emergere cioè non saranno quantomeno i centesimi. Nel momento che ne approntiamo uno centesimale, lasceremo fuori quanto esso non può misurare e così via. Noi non avremo, dunque, mai dati certi ed inconfutabili, perché ci sarà sempre un margine di errore e di imprecisione rappresentato da quanto resta fuori, ammesso che siamo riusciti a far rientrare l’altro. Questo infatti si dispiega ancora quale un esterno e, come tale, non conoscibile che per quanto approntato.

Logica matematica e filosofia.

Se la logica si dispiega come riconduzione all’identità, ovvero se non rappresenta altro che un riferirsi a ciò che già è ovvero che è stato stabilito e che, in ultimo, è identico a se stesso e la matematica quale riconoscimento dei rapporti di quanto dai numeri espresso, alla filosofia tocca il compito di proiettarsi oltre lo stesso sistema ciascuna volta approntato. La logica, dunque, recepisce la modalità ovvero i passaggi che riconducono al discorso dal quale si muove. Per esempio allora che si afferma: se A è maggiore di B e B è maggiore di C allora A è maggiore di C, la conclusione rientra in quell’affermazione che esprime il tutto ovvero che A è maggiore sia di B e sia di C. Dire che A è uguale a se stessa significa ritenere, in uno, che il pensiero non ha altri elementi con i quali possa percepire il contrario ovvero una diversità. Se fosse diversamente colui che pensa non saprebbe più su quali elementi fare leva.

La logica, è il caso ancora di ripeterlo, si rivela quale una riconduzione a essa identità e la matematica come riconoscimento dei rapporti tra numeri per essi funtori e che ancora all’uguaglianza riconducono.

La matematica si incentra, infatti, sui numeri che per convenzione sono stati costituiti. Il numero 1 è inteso come un elemento non scisso e rappresentante appunto solo se stesso e che associato ad un altro elemento, pensato solo sotto l’aspetto della quantità, ovverosia facendosi astrazione da tutte le qualità, è detto essere 2 per convenzione e associato ancora ad un altro che a questo punto è da considerare come un ripetersi di quel primo se stesso è detto 3 e così via per tutta la serie numerica costruita e per quanto ancora possa spingersi oltre dopo avere posto in essere un tale sistema.

Allora che ci si trovi di fronte ad una operazione quale 5 = 3 + 2, quando si voglia sapere, su esse basi assunte su cui si dà per esso sistema che la somma di 1 + 1 dà il due e sommato ad un altro elemento dà il tre e sommato ancora ad un altro elemento il quattro a prescindere da cosa l’elemento rappresenti appare evidente che il 5 è riconosciuto per la somma di tante volte essa unità ancorché espressa da parti a propria volta costituite sulla stessa unità.

Se io voglio ottenere il 2 da un 5, bisogna togliere a questo un 3. Quindi se in quella operazione di prima si ha 5 = 3 + 2, è ovvio che per ottenere il 2 occorre staccare 3 dal 5.

L’operazione, quindi, sarà 2 = 5 – 3. Proprio per tanto passando dall’altra parte dell’uguale il segno si inverte. Tanto risponde ad una logica e non va imparato meccanicamente.

Se alla filosofia, come sopra già rilevato, tocca il compito di proiettarsi oltre lo stesso impianto, pure l’operazione matematica non può non essere comunicata nei termini per i quali è posta in essere, fatto questo che arriva ad interessare lo stesso sistema per il quale emergono, in uno, riscontri e validità. In caso diverso siffatti passaggi giungono ad essere affidati ad una comprensione personale o, per lo più, al caso quando non passivamente registrati.

La filosofia va oltre ogni apparato già approntato e cerca di scoprire quello che nel sistema non è presente. Se un sistema o conoscenze quali che siano risultano indispensabili così come basi per procedere oltre, fornendo gli elementi su cui lavorare, pure si tratta di proseguire per fondare quelle stesse. Si tratta di individuare, per poi magari superare, le stesse condizioni che hanno portato a rilevazioni e a ritenzioni.

Se per riferimenti arrivano a essere prodotte predicazioni bisogna volgersi a valutarli ed eventualmente a reimpostarli.

La ricerca filosofica appare rappresentata da quel procedere volto alla individuazione facendo leva quantomeno su diversi punti di osservazione. Gli elementi emersi arrivano, altresì, ad essere reimpostati e valutati nelle ulteriori relazioni nonché sfaccettature ed aperture senza, tuttavia che tanto, possa configurare quel percorso che essa filosofia perviene continuamente a tracciare. Al di là dello stesso pensiero che è giunto alla individuazione di un discorso scientifico si presenta ancora un pensiero ponto a recepire quanto anche solo arrivi ad affiorare.

Allora che un ragionamento sembri ineccepibile è perché si ritiene di non avere aggiunto altro così come estraneo o fuorviante a quanto derivante da esse premesse. Nel momento stesso che a essere eliminato sia qualcosa di diverso ovvero l’errore a presentarsi non è niente di nuovo ma quanto solo rappresentato ossia contenuto in essa identità di base. Il discorso per le scienze si chiude intorno a quel qualcosa al di là del quale altro non si riesce a scorgere. Matematica e logica fanno, in ultimo, leva sull’uguaglianza.

Le affermazioni, per tali scienze o soprattutto per quella che Aristotele riteneva uno strumento, non riguardano qualcosa di esterno. Anche o soprattutto allora che parliamo di logica matematica non ci riferiamo se non a quanto incentrato sull’identità e non su una realtà esterna. Un qualsiasi numero risulta tale per convenzione anche se appare piuttosto consueto ritenere che un a un reale individuato come 3, possa corrispondere qualcosa di ulteriore da cui esso altresì risulterebbe derivare.

Il primo elemento per la matematica sembrerebbe essere costituito dal numero, per la logica appare evidente da subito che sia l’uguale. Siccome la matematica non si presenta scissa dalla logica, dobbiamo ritenere che fondamentale anche per essa sia l’uguale. All’uguaglianza, riconducono sia il più, che significa che si aggiunge qualcosa, e sia il meno, che indica il percorso opposto, rappresentato da una sottrazione. I due processi si muovono sulla stessa linea. Alla medesima operazione sono a propria volta riconducibili moltiplicazione e divisione che includono quello che possiamo ritenere uno spazio racchiuso dai due assi ortogonali fino ai punti designati da quanto da un numero posto a corrispettivo.  

Anziché, dunque, procedere per addizionare 10 volte un 3, si perviene a ricavare lo stesso risultato moltiplicando il 3 × 10 che diventa 30 ovvero sommando esso 10 tre volte o esso 3 dieci volte. Dati i parametri di base o si addiziona un uno (1) 30 volte o si moltiplica un 10 per 3 il numero che deriva è lo stesso.

Non diverso il discorso sempre per il sistema costituito allora che al quadrato ottenuto con ascisse e ordinata nelle rispettive quantità espresse, tolta una delle due, resta quanto rappresentato dall’altra. Nello stesso discorso rientra anche la radice quadrata. L’operazione che a questa attiene risulta inversa a quella che interessa il quadrato.

La matematica non solo opera su quanto costituito ma si spinge nel tentativo di risolvere problematiche derivanti proprio da quanto approntato e che, però, non fornisce risultati coerenti con l’applicazione dei termini usati per incrocio e parte comunque di esso sistema. Al di là di tanto si proietta per inseguire quanto altresì pure al momento non sembra chiedere una soluzione perché non parte del problema.

La stessa immissione di una potenza non sembrerebbe rispondere ad altro che a una riduzione dei passaggi fino a rispondere ad una teoreticità per la quale rientrare i vari casi particolari. Facendo uso di esse appare possibile così esprimere formule dispiegate in quella che potremmo ritenere una forma ancorché espressa su termini effettivi e in essa relazione.  

Da considerare è altresì che andando avanti con gli assunti si può solo pervenire ad un determinato punto. Per andare oltre bisogna, talvolta o spesso, rompere con gli schemi di base ancorché rappresentanti una condizione di quello che arriva a configurarsi come un superamento. Si tratta dunque, ogni volta, di spingersi oltre le stesse conoscenze alle quali si è approdati.  Se a risultare evidenti sono i vantaggi rappresentati dalle traduzioni numeriche pure queste non possono essere considerate universalmente valide. Se risulta possibile comunicare la grandezza di qualcosa, utilizzando il numero uguale per tutti coloro che hanno accettato un tale sistema di misurazione anche a distanza senza bisogno di portare con sé un corrispettivo non ulteriormente individuabile pure non altrettanto appare possibile reputare di avere trovato una chiave di lettura per ogni elemento. Con essa matematica, incentrata su parametri intersoggettivi, risulta possibile veicolare una conoscenza ancorché non in modo assoluto ma comunque tale da fornire un riscontro che risulta piuttosto evidente allora che si voglia confezionare una torta fornendo le quantità o più specificamente i termini a cominciare dal peso dei componenti per finire ad una temperatura da far raggiungere ad un forno e da un tempo di permanenza in quello. Basta pensare alle difficoltà in assenza di tali parametri così come definiti.

La filosofia, che pure non può che muovere da essa identità, arriva a pensare percorsi diversi oltre che la stessa negazione di questi. Essa, quindi, non si affida solo a quello che si presenta, ma si proietta oltre non appena minimamente richiamato. Essa riflette su quanto arriva a dispiegarsi nel tentativo di ricavare qualcosa di ulteriore, fatto questo che accade, anche se non in modo così eclatante, alle altre scienze nel momento stesso che si dispongono, alla luce di quanto intravisto e soprattutto conquistato, per negare quantomeno parte degli stessi risultati precedenti.

La scienza, quindi, sa che deve spingersi oltre non appena comprende che quel determinato qualcosa non può essere risolvibile con i sistemi in uso. Al di là dei risultati raggiunti, gli scienziati si preoccupano di produrre ulteriori soluzioni che possano risultare ancora più funzionali ovvero tali da contemplare fino a risolvere un numero crescente di casi nonché in ambiti ulteriori.

A restare di fronte alle stesse varie conquiste alle quali, di volta in volta, si perviene è ancora un pensiero pronto per affrontare sentieri non ancora abbozzati ancorché per assenza di termini non si dispieghi per elaborare.

Da un lato, dunque, il discorso arriva ad essere mantenuto così come conquista scientifica e dall’altro, infranto almeno per quella parte che risulta superata alla luce di nuovi elementi.