giovedì 5 novembre 2020

L’importanza della filosofia da un passo di Empedocle.

Empedocle, nel suo celebre passo “Il Filosofo Venerato”, ci invita a riflettere su alcune tematiche importanti come quella della conoscenza e della cultura. Che mondo sarebbe senza? Sicuramente un mondo dove la violenza regnerebbe sovrana e dove le persone non sarebbero in grado di costruire un ambiente sociale in cui vivere pacificamente. Non conoscendo i termini, che pure intervengono nelle relazioni, le azioni si troverebbero a dipendere da essi senza possibilità di individuare i passaggi dai quali effetti.

Proprio su tanto perviene a basarsi la figura accreditata di Empedocle come sapiente dotato di qualità e prerogative che lo elevano al di sopra dei comuni mortali.

Una tale conoscenza arriva a essere ritenuta tanto alta che il mito giunge a trasfigurarla fino a considerarla attenere a divinità. Con la sua poesia filosofica quel filosofo pure si rivolge agli uomini mostrando la via che possa condurre persone già pacifiche ed ignare di malvagità e quelle ancora che coltivano opere eccellenti di governo ad approdare ad una situazione venerabile nella quale giungano a rientrare anche gli ospiti.

Queste eccellenti creature in cosa difetteranno? Semplice, non si preoccupano di trovare un principio. Al di là, dunque delle stesse attività meravigliose portate avanti bisogna volgersi a cercare quanto il tutto possa sostenere.

Empedocle, che tanto ha colto, arriva a sostenere di trovarsi ad un punto più alto degli uomini aggirandosi tra questi come un essere immortale perché interessato da una tale conoscenza. Ecco spiegato il motivo dell’apprezzamento da parte delle città: egli è portatore di conoscenza ovvero di quel pensiero per il quale a dispiegarsi è una dimensione diversa.

Il volgo che non conosce, per sopperire alla mancata conoscenza, fa affidamento ad un mondo sovrannaturale, costituito a volte da divinità ed altre da indovini reputati a questa collegati. Diverso, invece, il discorso per coloro che portano avanti una indagine filosofica. Costoro, dedicandosi criticamente ad indagare la realtà, non hanno bisogno di ciarlatani e fattucchieri.

venerdì 30 ottobre 2020

Logica, logica filosofica e filosofia.

Oggi il discorso si fa più complesso perché il professore Cocchiarella dell'Indiana University, a proposito della logica Medievale dei termini con la disputa tra realismo e nominalismo, al quale avevamo chiesto un contributo in quanto massimo esponente della logica contemporanea, ci ha invitato ad approfondire questi argomenti attraverso i suoi studi.

Il discorso iniziale verte sulla logica filosofica.

A questo punto, insieme al professore Addona, portiamo avanti le seguenti riflessioni così come quel famoso scienziato ci ha invitato a procedere.

Come già in precedenza ci chiediamo subito che cos'è logica.

Ipotizziamo di non saperlo. Sin dal ginnasio abbiamo compreso di dover ricorrere, per pervenire almeno a una prima e generica individuazione del termine, al vocabolario. Non ne disponiamo. Potremmo utilizzare internet...     

Ciascuno, in proprio si documenta sul significato di essa logica.

Proviamo a vedere però cosa viene fuori applicando il metodo che proponiamo di cui daremo delucidazioni ulteriori in seguito.

Anzitutto, se non ce lo chiedessimo cosa ne conseguirebbe?

Impareremmo meccanicamente qualcosa di cui però non siamo venuti a conoscenza!

Vogliamo chiederci con quanto materiale abbiamo appesantito il cervello finora? Meno male che dopo la scuola esso si libera resettando tutto! Allora a cosa è servita un tale tipo di scuola? Anche in questo caso una risposta a da cogliere in proprio.

Tornando al problema...

Non sapendo da dove cominciare, facciamo un esempio. (Anche questo fa parte del nostro metodo)

(A > B) e (B > C) → (A > C)

E' riconducibile tanto al famoso sillogismo:

"tutti gli uomini sono mortali,

Socrate è uomo

Socrate è mortale"

Tanto non è valido per un discorso superiore che Cocchiarella ha affrontato in uno studio "Validità della logica in filosofia" trasmesso al prof. Addona per i suoi alunni e che è presente in un libro dal titolo "Filosofia in un percorso", liberamente consultabile su internet.

Infatti se proviamo a dire:

"Gli apostoli sono dodici,

Pietro è un apostolo

Pietro è un dodici" ...si capisce che non funziona!

Quando si tratta di logica il significato è recuperato all'interno delle premesse oltre che dai passaggi posti in essere. Si tratta di cercare il significato degli enunciati e la loro valenza, fatto questo che equivale, in uno, a dire individuare l’ambito di validità e la portata dalla quale sono sostenute le stesse predicazioni.

Allora che ad intervenire è la 'filosofia' andiamo a cercare la valenza di essa indagine che caratterizza siffatta disciplina. Si tratta di cercare, ancora una volta, i fondamenti e quanto su questi imperniato.

Un tale problema Aristotele aveva già individuato, allora che considerava la costruzione delle premesse alle quale pure si accingeva.

Sistema aperto o chiuso?

Leggendo un passo del sofista Gorgia, “Le ragioni dell’innocenza di Elena”, ci siamo chiesti se costui si stia rivolgendo a un uditore medio, a un possibile discepolo, a entrambi o a nessuno dei due.

Sembrerebbe che la sua proposta debba interessare un possibile discepolo tenuto conto che colui che si esprime si preoccupa di fornire indicazioni. Eppure sembrerebbe non rivolgersi a tutti coloro ai quali pure è indirizzato il suo messaggi. Arriva a svelare la sua arte?

Il problema che si configura deriva dall’affermazione considerata all’interno o all’esterno di un sistema. Si tratta di cogliere cioè se il messaggio giunge a essere rivolto e nella sua interezza a tutti o resta esterno così che possa produrre i propri effetti persuasori. In tal caso a essere comunicato è un qualcosa dal quale resta fuori esso propositore.

Dobbiamo vedere, altresì, se colui che parla si riferisce a qualcuno, spiegandogli qualcosa che altri non devono sapere, oppure se parla direttamente, per una parte almeno, a colui cui è indirizzato l’insegnamento o a coloro ai quali vuole dimostrare le potenzialità di un discorso che egli arriva a gestire.

Se si rivolge a loro, spiega la sua arte e questi vengono a conoscenza di come lui organizza e intreccia le situazioni.   Sembrerebbe, quindi, andare in contraddizione, perché da una parte vuole convincere e dall’altra spiegare le mosse con le quali si accinge ad affondare il colpo come accade a coloro che mettono su trucchi per produrre l’effetto voluto, per scioccare gli uditori anche se, nel primo caso, finirebbe con lo spiegare loro il trucco.

 

giovedì 29 ottobre 2020

LA REMINISCENZA COME POSTULATO DELL’IMMORTALITA’ DELL’ ANIMA

Un sabato mattina nella mia classe, la I B del Liceo Classico con il nostro colendissimo (stimabilissima persona da coltivare) Prof. Giuseppe Addona mentre piegavamo la teoria delle idee di Platone e l’immortalità dell’anima ci siamo soffermati su un concetto a noi non noto: la REMINISCENZA POSTULA (l’immortalità dell’anima).

 

A questo punto dalla spiegazione del prof abbiamo appreso che per trarre il significato da una parola dobbiamo analizzare la parola stessa; in questo caso specifico, POSTULA deriva, come sembrerebbe, da POST = DOPO con la restante parte che potrebbe ben rappresentare ciò che si è dispiegato. Dobbiamo quindi chiederci, in ogni caso: “il dopo di che” che nel caso di Platone è costituito dalla vita terrena e relativo ritorno dopo il passaggio nell’altro mondo ovvero in quello non sensibile. REMINISCENZA, dopo il passaggio, dunque, così come un RICORDARE.

 

POSTULATO in termini filosofici indica un presupposto al quale ci si rifà per le conseguenze.

L’ immortalità deve essere così una conseguenza della reminiscenza. Ove non risultasse immortale non potrebbe partecipare dell’altro mondo e continuare, quindi, ad esprimersi in quella che arriva a essere ritenuta una rinascita, da cui appunto una reminiscenza.

La reminiscenza è un risveglio della memoria, un ridestarsi di un sapere già presente nella nostra anima, ma che era stato dimenticato al momento della nostra nascita ed era per ciò solo latente; oggi diremmo inconscio.

Per Platone conoscere significa dunque ricordare. La conoscenza non deriva dall’ esperienza ancorché questa possa quella ridestare.

Platone reputa che la nostra anima sia immortale ed eterna ed avere partecipato al mondo delle idee prima della nostra nascita ed ancora aspira a tornare a quel regno dopo la morte. Come, in caso diverso, spiegare l’idea di perfezione presente nell’uomo e che non arriva a trovare corrispettivo in ambito alcuno interessante una esperienza? Risultando questo filosofo ancorato sulla posizione parmenidea per la quale al pensiero corrisponde l’essere e a questo il pensiero, tenuto conto che essa idea di perfezione è nella mente deve necessariamente essere, proprio perché pensata. Non risultando in questo mondo, sembrerebbe questa la conclusione, non può che risultare in un altro che, non sensibile, è da ritenere soprasensibile, iperuranio o comunque indicato diverso da quello terreno.

Il mondo delle idee è stimato essere quel mondo oltre la volta celeste che è sempre esistito in cui vi sono le idee immutabili e perfette raggiungibili solo dall’ intelletto e pienamente allora che liberato dal corpo che per questo motivo arriva a essere ritenuto una prigione.

 

Il professore ci ha invitati a scrivere articoli come questo da riportare nel blog per la nostra crescita culturale e, per confrontarci con altri sulle conoscenze alle quali siamo pervenuti.

lunedì 8 giugno 2020

Alcune riflessioni sul Corona Virus

Questo lungo periodo di "reclusione" ci ha spesso costretti a riflettere sulla vita e sulle leggi della natura, che è sembrata essere tanto crudele nei confronti degli uomini. Si sta vivendo un momento epocale, ma, In un certo qual modo, la crisi non ha colto tutti di sorpresa e da tanto si temeva che si arrivasse, prima o poi, a una catastrofe. Che abitassimo un mondo malato, fondato su meccanismi patologici, era chiaro da tempo, e da tempo ci si poteva aspettare un sussulto della natura. Gli oltraggi, infatti, che l’uomo le reca da decenni hanno agevolato il propagarsi del virus. La Terra sta lanciando un ultimatum, sta urlando a vivissima voce di tornare a pensare in grande, di abbracciare il mondo con uno sguardo a volo d’uccello che spazzi via le vedute anguste dell’economia e della falsa crescita, ci sta chiedendo di recuperare un pensiero universale, un senso etico da troppo tempo perduto (l’emergenza ha messo a nudo la disarmante mediocrità della politica!), di cancellare ogni forma d’individualismo, a livello umano e statale. Un’epidemia ci sta ricordando che tutto è interconnesso, che il malessere della Terra si ripercuote sui popoli e sulle società, acuendo le disuguaglianze. Sta a noi raccogliere l’invito e decidere se invertire oppure no la rotta e far sì che l'attuale situazione, si trasformi in un punto di svolta.

Chiara Grasso

giovedì 4 giugno 2020

Dove portano le bugie?

Vi siete mai chiesti dove possano portare le bugie? Facciamo una prova partendo da quello che può essere considerato il caso più emblematico che interessa soprattutto gli adolescenti. Se qualcuno pur di mettersi insieme alla persona che lo attrae si proponesse sciorinando caratteristiche che non gli appartengono, falsificando dunque la sua personalità, potrebbe, magari, con un tale o con altri artifici raggiungere il suo scopo. La ragazza, quindi, si troverebbe ad aver investito su qualcuno che non corrisponde a colui che si è manifestato. Potrebbe tuttavia costui che vede esauditi i propri desideri ritenersi persona identificata, ovvero soggetto? Non appena tentasse un riconoscimento, si rileverebbe sdoppiato. Qualora allargasse la considerazione, non potrebbe non riconoscere l'impossibilità di espressione alcuna in essa società nella quale, pure, per il resto, si trova ad operare. Su cosa, infatti, incentrare quel riconoscimento sul quale quella stessa può risultare fondata? Per quanto attiene al rapporto instaurato, non potrebbe non tener conto, altresì, che le attenzioni non risultano rivolte a lui, ma al personaggio che si è impegnato a tratteggiare e, quindi, a commerciare. La relazione, tra l'altro, si infrangerebbe non appena i termini nascosti venissero alla luce. Emblematiche sono le frasi "tu non sei quello che avevo conosciuto" ed altre similari. Avendo annullato sé stesso, non resterebbe a quella maschera che tuffarsi in un altro rapporto, altrettanto falsificante per poi restare comunque sola, ammesso che abbia il tempo per constatarlo. Avendo ingannato altri, ha disintegrato il suo stesso essere.

L'argomento è affrontato da Giuseppe Addona in "Conoscenza e ragione" Edimedia.

giovedì 28 maggio 2020

Intervista a Professore Giuseppe Addona

Il giorno 17 febbraio 2020 gli alunni del Liceo Classico Pietro Giannone, classe IID, hanno deciso di condurre un'intervista al loro noto professore di filosofia Giuseppe Addona, autore di molti saggi filosofici tra i quali, per citarne alcuni, "La determinazione sociale dell'individuo" del 2014 , o il più recente del 2017 " Prassi e ragione " pubblicato nel 2010. Oggi il filosofo è in contatto con moltissimi esponenti della cultura italiana ad internazionale quali Nino B. Cocchiarella, e fu soprattutto allievo del più illustre maestro di fede e di cultura, Michele Malatesta, venuto a mancare nel 2018. A rapporti ottimi con i suoi allievi il professore ci ha fornito esperienze ed insegnamenti utili per la crescita personale e formativa della nuova generazione.

"Ricordo che già da ragazzo quindicenne mi ero posto il problema di come ritenere un qualcosa giusto e valido, è chiaro però che allora, non avendo le conoscenze che ho oggi, non percepii subito che si trattava di riferimenti. Posso affermare infatti che una cosa è giusta solo se la posso associare, ovvero se posso constatarla corrispondente o meno, all'idea di giustizia. Proprio per risolvere il problema che faceva sentire fortemente la sua voce pensai di portare avanti gli studi della filosofia. Diceva infatti un mio amico farmacista di Seriate: " Siccome il primo cliente della farmacia sono io, ho fatto bene gli studi per potermi curare bene". Io, come lui, volevo capire in cosa consistessero l'innamoramento, il cosiddetto "comportarsi bene", i rapporti con gli altri e quanto ancora risultare valido proprio perché esplicato. Capii così che bisognava, per approfondire esse tematiche, andare a studiare siffatti argomenti. Se partiamo dai particolari, avremo, ciascuna volta, conseguenze a questi relative. Non disponiamo, in questo caso, di un parametro per poter rapportarci efficientemente con gli altri, ovvero per riconoscere comportamenti e relazioni, fatto questo che significa, in ultimo non potere riconoscere noi stessi. Da ciò si evince che quelli che non fanno filosofia, ossia non si dedicano a riflettere su essa unità da rintracciare, non possono prima o poi non venire in contraddizione, seguendo soltanto quelle che sono le motivazioni, a meno che una ragione universale non venisse in loro soccorso. Apre così il filosofo Addona l'intervista in risposta alla prima domanda: A che età avete intrapreso gli studi della filosofia e perché proprio questa disciplina? Mi indirizzai su una tale strada proprio per trovare un sostegno a quanto veniva via via a dispiegarsi. Si trattava di cercare le connessioni ai fatti che si dispiegavano e che arrivavano puntualmente ad investire e che potevano far sperare in una risoluzione procedendo con quelle analisi approfondite che peculiarmente la filosofia pone in essere.

E legata a questa prima subito la seconda domanda: “In quale filosofo vi rispecchiate e per quale motivo”: Penso che, come tutta la cultura occidentale dalla quale noi deriviamo, il primo filosofo a cui rifarsi debba essere Socrate, anche se come ho scritto in "Una scuola per una cultura possibile" lui distingueva i pregni dai non pregni e sapeva benissimo che quelli che non avevano nulla da offrire non potevano essere suoi allievi. Faceva già dunque una selezione, anche se questa avveniva su elementi rappresentativi delle possibilità stesse di poter esprimere qualcosa. Ricordo al liceo Mamiani quando in una normale discussione con i miei allievi, feci presente che nessuno dovesse essere accantonato ma, al contrario, bisognasse spendere tutte le energie per portare ognuno al discorso intersoggettivo che permette la vita senza troppe contraddizioni. Chiaramente io, come ho anche scritto in "La determinazione sociale dell'individuo", in qualità di filosofo teoretico vedo nei filosofi parti eccezionali e contributive miste ad elementi che invece non possono reggere, fatto questo che non sempre le scuole portano alla luce. Unitamente, infatti, a quanto ritenuto al massimo livello si fa studiare ai giovani alquanto materiale piuttosto semplice quando non superato o addirittura non coniugabile con la restante parte espressa e che, pure, l'autore oggetto di studio si porta dietro. I giovani, costretti ad imparare quello che talvolta, se non spesso, risulta un coacervo di notizie, pervengono a costruirsi un concetto pesante di quello, che finisce con il risultare anche fastidioso da apprendere e comunque non è visto rispondere ad una logica e costruttiva.

Se facciamo mente locale al principio di identità di Aristotele e al principio di contraddizione di Hegel di certo dovremmo recepire che uno contraddice l'altro. Resterebbe così quantomeno superato, alla luce della scoperta successiva e dalla dialettica rappresentata, il principio di Aristotele. Addentrandoci nelle riflessioni riusciamo a scorgere che Aristotele aveva compreso che non si può pensare una cosa ed esprimerla se non si hanno così come riferimenti ulteriori il tempo e l'aspetto. In questo caso a essere richiamato è il secondo principio, ovvero quello forte, cosiddetto di non contraddizione. Hegel, che aveva colto che proprio il passaggio di essa cosa in altro rappresenta il motore della realtà, pure non può non riconoscere che nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto un qualcosa o è o non è benché per lui un riconoscimento non venga a prodursi che per il passaggio antitetico e quindi per la sintesi. Se qualcuno gli chiedesse come fai a riconoscere una tesi prima che si sia prodotta la sua antitesi Hegel non potrebbe che rispondere che una conoscenza di una cosa non può prescindere dall’opposizione per la quale appunto arriva a essere rappresentata. Lo stesso intelletto statico così come astrattivo dovrebbe essere individuato per la ragione che antiteticamente procede. Se tanto è visto valere per quanto attiene all’ambito umano che riconosce il precedente stato con il superamento di esso e per quello storico pure per quanto attiene ad una fisica o alle scienze cosiddette della natura non può non valere essa identificazione per la quale una comprensione e una comunicazione risultano possibili: un paziente a cui sia somministrata una soluzione o migliora o non migliora. Una linea o una figura o sono uguali a se stesse o non lo sono. In casi come questi a non risultare applicato è il superamento ovvero esso passaggio dialettico. Al riguardo a valere è quanto fatto emergere da Malatesta in “Dialettica e logica formale”, Liquori Editore. Le due individuazioni non sono in contraddizione perché riguardano quantomeno aspetti diversi o, più specificamente, si rifanno a riferimenti diversi. Da tanto l’importanza delle riflessioni e delle riconduzioni. Perché privarci della comprensione, volendo attenerci ad un qualcosa di molto vicino, che l'amico nel quale l’altro arriviamo a rispecchiarci fino a rincorrere quanto infatti non constatiamo in noi stessi e che crediamo di non raggiungere e che però ad un certo punto rileviamo avere addirittura a superato, fatto questo che conduce alla rottura dell'amicizia allora che solo su tanto incentrata, tenuto conto ormai che non c'è più bisogno di un tale modello? Tanto non urta con quel primo principio. Proprio un tale processo rappresenta un filosofare che continua anche se non sempre dai giovani posto in essere. Si tratta di individuare, dunque, esse grandi scoperte considerando al solo livello storico quanto non perviene ad essere ritenuto valido alla luce dei parametri emersi. Tanto vale in modo emblematico per l’Aristotele della logica e della fisica o ancora per quello dell’Etica e della Metafisica. Si tratta, quindi, ciascuna volta, di riconoscere quanto mancante a sostegno e cercarlo con quell’indagine che si dice filosofica così come Cocchiarella ha individuato a proposito della stessa logica che è vista necessitare del sostegno filosofico.

Conclude così questa breve ma approfondita intervista Il Professore Giuseppe Addona.

A cura di Mariarita Matrone IID