Non è poi così difficile filosofare, riuscendo ad ottenere anche risultati inaspettati, ti sembra?
lunedì 27 marzo 2017
lunedì 13 marzo 2017
COME L’ECCESSIVA CRITICA TENDE A FALSIFICARE
A proposito della premessa maggiore del sillogismo
Nel nostro libro di filosofia è
riportato “per Aristotele, infatti, il rapporto tra due determinazioni di una
cosa si può stabilire solo sulla base di ciò che essa è necessariamente, cioè
sulla base della sua sostanza. Per
tornare al nostro esempio, volendo decidere se l’uomo è mortale, non si può che
guardare alla sostanza dell’uomo (a ciò che l’uomo non può non essere)”. Abbiamo
apprezzato l’impegno e l’acume dell’autore di queste considerazioni di
spingersi in un’indagine approfondita al punto da ritenere alla base del
sillogismo una sostanza, così come Aristotele in alcuni passi ha voluto
proporre. Tanto però non appare rispondere a quello che Aristotele riteneva a
proposito della costruzione di essa premessa. Egli perviene al concetto dopo avere
osservato gli individui. Da una tale serie perviene alla costruzione delle premesse.
Diverso e necessario risulterebbe, invece, il discorso allora che fosse
possibile cogliere la sostanza così che una predicazione si trovasse da essa a
derivare. La premessa maggiore, infatti, non risulta affidata a una sostanza,
rappresentando una costruzione che non può costituire un universale, fatto
questo dal quale si trova a derivare una validità delle conclusioni. Una eventualità
diversa non arriva dunque ad essere esclusa. Di tanto Aristotele era ben
consapevole.
Articolo scritto dalla IC da una
lezione del professore Addona
giovedì 9 marzo 2017
IL TEMPO NELLA CONCEZIONE ARISTOTELICA
Aristotele, che è convinto che il
movimento non possa nascere, al punto da risultare corrispettivo ad un
principio che assume così come primo motore immobile, reputa, in ogni caso, che
o c’è sempre o non può prodursi […] “lo stesso dicasi per il tempo (giacché il
prima e il poi non potrebbero esistere se non esistesse il tempo).” Aristotele,
oscillando tra il ritenerlo un qualcosa di intrinseco e incentrato su un
esterno, percepisce la difficoltà di una individuazione di quello. Egli
recepisce quella stessa che rappresenterà la concezione moderna di quello,
fatto questo che però perviene ad abbandonare per quell’essere sul quale
ritiene incentrata la conoscenza. Cos’è dunque esso tempo? Se c’è un tempo in
esso si distinguono in un prima e un dopo gli elementi che, infatti, in esso
vanno a prendere corpo. Potrebbe, altresì, essere portato dalle cose allora che
arrivassero a disporsi per se stesse al punto da esprimere quello. Quello
potrebbe preesistere, dunque, o nascere con quelle. Considerato un qualcosa,
fatto questo che, per Aristotele, dovrebbe valere ad indicare una sua realtà,
così come accade al movimento, deve esserci sempre. Nel momento stesso,
infatti, in cui ci chiediamo cosa ci fosse prima di questo, staremmo già
parlando di tempo che però arriva ad interrompersi per fare spazio ad un niente
ovvero ad un suo non essere in una siffatta configurazione. Esso tempo giunge
così a essere ritenuto continuo come continuo è stato concepito il movimento. Le
cose che si muovono sono misurate dal tempo o meglio il movimento rappresenta
il tempo stesso. Il tempo, non risultando recuperato dall’esistente, ovvero non
essendo recepito nel suo dispiegarsi soggettivo – Aristotele, infatti, non
arriva a caricare il soggetto né di questa né di altre realtà – non può che
risultare affidato alle cose o essere concepito esso stesso come quel qualcosa
nel quale le cose si muovono. Aristotele passa in rassegna le varie possibilità
ancorché, in ultimo, lo affidi a quella realtà che già ha per altri versi
assunto. Egli non perviene a reputare la continuità all’infinito di un tale
movimento relegandolo a quello locale rappresentato a livello spaziale da
quello circolare. Un movimento rettilineo o comunque non convergente su se
stesso porterebbe all’infinito risolto da quel motore immobile che non ha
nemmeno bisogno di produrre una causa efficiente al punto che muove come fine.
In esso così come principio si risolve il tutto, ancorché sia costretto ad
ammettere intelligenze per i cieli reputati non decomporsi come accade al
materiale che non partecipa di quelli e della loro realtà. Un basso e un alto
evitati con quel moto perfetto ovvero a dire circolare pure appaiono tornare
come superiore ed inalterabile ed inferiore decomponentesi. Una causa motrice,
pure affidata a potenza e atto, non appare risolvere non potendosi tra l’altro
scindere essa potenza da quell’atto pure ritenuto precedere e sostenere il tutto.
Metafisica,
op. cit. XII, 6, 1071b, in op. cit., pp. 351-352
lunedì 6 marzo 2017
ARISTOTELE TRA UNA RICONOSCENZA VERSO IL MAESTRO E LA VERITÀ
Aristotele, che Dante chiama “maestro
di coloro che sanno”, da Stagira, dove era nato, si trasferisce ad Atene a diciassette
anni dove divenne discepolo di Platone. Alla morte del maestro, fu assalito da
un dubbio, riportato nella famosa affermazione latina “amicus Plato, sed magis
amica veritas”. Il problema che lo assillava era: continuare a ritenere la
dottrina di Platone, che l’aveva fatto diventare il massimo scienziato del
tempo (e forse del mondo), o seguire quello che a lui sembrava più giusto. Alla
fine optò di distaccarsi dal maestro e di seguire, quindi, il suo pensiero.
La portata di una tale risoluzione
può essere ritenuta storica ed emblematica sotto l’aspetto teoretico e pratico.
Non si può accondiscendere a quello che ritiene un amico solo per far piacere a
costui e mantenere in piedi un rapporto anche magari molto appagante. Se l’amico
è colui che sostiene e al quale affidare il proprio sé magari più recondito,
pure non può essere sottaciuto l’errore che eventualmente commette. Certo non
si rivolgerà a lui in termini da massacrarlo o farlo dispiacere ma interverrà
perché possa migliorarsi. Ove non si esponesse resterebbero entrambi bloccati
in una dimensione non valida perché non sostenibile. Quanto si presenta attuale
una tale disposizione! Spesso, infatti notiamo associazioni tra persone che si
autoglorificano restando in quel loro stato che possiamo ritenere invalidante
ed offensivo del giusto solo sul quale può reggere una società
intersoggettivamente espressa. Quanto non si riconosce possibile ad un
cittadino non può essere tollerato in quella persona con la quale si
condividono i momenti più belli o anche tristi. Un soggetto non può risultare
che per quell’universalità nella quale potere essere riconosciuto senza scadere
in una esistenzialità che non possa in alcuno modo essere sostenuta. Da tanto
si trovano a derivare quelle contraddizioni rappresentate, altresì, dall’uso di
due pesi e due misure. Al di là dell’unità per la quale una identificazione a
dispiegarsi possono essere solo sdoppiamenti, annullanti, come tali, quella che
pure tende a presentarsi come la stessa persona, fatto questo che non può
risultare né ad una sua richiesta né a quelle di altri. Da tanto la validità,
dunque, teoretica e pratica di una ricerca filosofica che arriva a fare
emergere i termini per i quali essere.
Aristotele fu quasi presago di se
stesso. Ritenne, infatti, che quando un filosofo abbia prodotto rilevazioni e
tesi molto consistenti arriva quasi a bloccare i discepoli. Tanto dovrebbe fare
da monito a quei docenti che anziché rapportarsi con gli allievi e costruire
insieme senza apparire su un altro pianeta per una cultura profusa spesso si
esibiscono in quella che potremmo anche ritenere una danza ammaliante e però,
proprio in quanto tale, ergere un muro che poi risulterà difficilissimo da
valicare per procedere oltre su quella strada tracciata dall’indagine critica
che non può che accomunare.
Tra tante cose meravigliose che
Aristotele disse forse due possono apparire da segnalare:
La possibilità della comunicazione e
le individuazioni etiche.
Lo scopritore della logica formale
rende astratto e funzionale quello che forse era già insito nel principio di
Parmenide. L’identità non risulta un tutt’uno con l’essere ma con ciò che
arriva a essere individuato. Due persone possono ben essere in contrasto su un
argomento, ma stanno comunicando perché entrambe hanno capito di cosa si sta parlando.
Con un tale principio, nella famosa formulazione debole, forte e del terzo
escluso Aristotele perviene a ritagliare uno spazio a quella conoscenza
sottratta oramai alla retorica dei sofisti.
Un tale principio non si può
insegnare: rappresenta infatti la condizione sulla quale procedere.
Altra prerogativa che spetta
propriamente all’alunno è la scelta del maestro.
Articolo scritto da Francesco
D’Andrea, I C da una lezione del prof. Addona
sabato 25 febbraio 2017
domenica 27 novembre 2016
IL RECUPERO, DA PARTE DI PLATONE, DI UNA CONOSCENZA NON RELATIVA: IL PROTAGORA
Socrate chiede a Teeteto cosa fosse
per lui la conoscenza; da notare, per inciso, che il campo di studio si è
oramai spostato dall’ ambiente naturalistico a quello umano, a cominciare
proprio dai sofisti. Il Socrate che Platone fa parlare ritiene che
l’interlocutore col suo impegno e con l’aiuto di un dio, anche se giovane, può
arrivare a capirlo. Teeteto infatti spinto dall’incoraggiamento do Socrate prova
a rispondere ed afferma che la conoscenza non sia altro che la sensazione.
Socrate si complimenta con Teeteto per la sua risposta (poiché è stata molto
chiara e afferma che questa sia la stessa risposta data Protagora, sofista,
all’ epoca, molto in voga, possiamo aggiungere, in un modo però leggermente
differente. Secondo Protagora infatti l’uomo è misura di tutte le cose.
Una cosa è per me come appare a me, e
per te come appare a te. Ad esempio un vento che soffia può risultare freddo o
fastidioso per qualcuno o caldo o piacevole per altri. A fare da condizione, è
esso percepire dunque che è constatato variare da individuo ad individuo.
“E dunque fu un uomo di grande
sapienza questo Protagora, il quale al pubblico grosso [inteso come ampio ed estraneo prima ancora forse che grossolano] come
noi disse queste cose in enigma, ma ai suoi discepoli espose in segreto la
verità”. Un tale settarismo che in genere
è reputato superato pure non scompare ancorché riportato sotto la voce “segreto
di stato” e chiusure similari. Le teorie più importanti ma soprattutto le
scoperte scientifiche che rappresentano la forza di uno stato o di una società,
vengono ancora raccontate in due versioni, ammesso che siano comunicati gli
stessi risultati reputati vitali per un popolo o per una società di affari: una
al popolo (modificata), e l’altra veritiera solo agli addetti. Da considerare,
perché non molto diversi, sono i cosiddetti diritti d’autore. Se questi
rappresentano una condizione per recuperare quel guadagno occorrente a vivere
pure, per il resto, sono visti stridere con la concezione della libera circolazione
della cultura per fornire a tutti quanto ritrovato in un campo quale che sia a
cominciare da quello letterario. Se uno scrittore di romanzi ha un lavoro come
docente o giornalista certo sorge il dubbio se sia il caso che si avvalga di
quei compensi derivanti da opere. Diverso il discorso per gli editori per i
quali sui tratta di una impresa. Io personalmente, quando ho potuto, ho messo
alquante pubblicazioni on line scaricabili liberamente.
Se, dunque, tornando al discorso della conoscenza non alcuna cosa fosse
per sé stessa, ovvero per Platone assoluta e perfetta e da una idea
rappresentata, non potrebbe darsi nome ad una cosa Ad ognuno questa appare
diversa, apparendo a ciascuno diversa. Riducendo il campo a quello umano
Aristotele perverrà alla individuazione della possibilità di una comunicazione
rappresentata dal principio di identità e nelle sue tre formulazioni. Qualcuno
così potrà dire questo vento per me è freddo dopo che è stato riconosciuto il
significato dei termini presenti in essa affermazione.
Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il
principio di Protagora riguardasse non il singolo uomo, ma tutti gli uomini,
oppure un gruppo di uomini, Tanto appare da escludere poiché ove fosse
risultata una convergenza non avrebbe una tale concezione suscitato tanto
clamore.